Estratto da: Luci geometriche


Un corpo si stira e s’abbandona, pigra pantera, nella luce bluastra, calda, sulla pietra levigata e liscia come pelle, lucente del vapore che trasuda dalle pareti. Un intonaco indago dalle trasparenze zolfo, rosa. Lunghe striature verde trasparente rendono le mura a tratti leggere, aeree, come se la luce dell’esterno volesse attraversare la materia. Dall’alto trova uno spiraglio, un foro a contatto con il cielo e un fascio accecante trafigge come lama la stanza trasformando lo spazio cubico in un vortice tranquillo d’ombre azzurre, smeraldo, argento.
Un piccolo specchio rettangolare incastonato nelle mura riflette. Apertura magica, pupilla infedele, canale di scambio della luce irreale con la propria immagine. Glissarsi all’interno e scomparire, riflettersi e moltiplicarsi all’infinito.
L’acqua scorre, dappertutto. Trasuda dalle mura, scivola sul pavimento, sgorga da fontane, si rifrange sui corpi, sulle maioliche tatuate da arabeschi stilizzati, appena visibili, scheggiati, velati.
Un attimo, e tutto potrebbe scomparire in dissolvenza.

 

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