Incubi di Alda Teodorani
Halley Editrice (2005)
collana Altrimondi, 8 euro

Roma. Caldo.
Una donna soffre per un amore finito. Una donna inizia a scrivere un diario
per...
Al di là della finestra, scorre pioggia e migliaia di lucertole, gli
occhi brillanti che fissano. Prima magia-distorsione. Prima metamorfosi del
reale che inizia a incurvarsi, torcersi come su uno specchio deformante. Per
meglio scrutare. Per meglio indagare.
“Che occhi grandi che hai!”
“È per guardarti meglio”.
“Che bocca grande che hai!”
“È per divorarti meglio!”
E Alda divora la realtà, insaziabile e la realtà divora lei.
Tutto intorno modifica, può modificare in un batter d’occhi. I
suoni anche e le luci. L’incubo solo può scarnificare il visibile,
la normalità, per estrarne il succo vitale, rosso sangue. È il
sangue delle cose che si cerca, non la loro apparenza illusoria. Il sangue dei
significati, che ormai, come un esercito di volanti, verdi lucertole, fuggono
lontano da noi, tagliando il nostro campo visivo in un ondulante, viscido serpeggiare
smeraldo.
E la mente diviene ricettacolo di brandelli sparsi di memorie. Ricettacolo e
cassa di risonanza che cattura e amplifica. La mente come terra che decompone
e dà nutrimento; spirale di morte-vita in eterno, assordante, abbagliante
avvilupparsi. Proprio quando la stanza, le strade, la città, il cielo
intero si modificano in un inverosimile flettersi, ritroviamo gli scricchiolii
di perni, gli stridii di quelli che sono per noi incastri portanti: parole,
musiche, immagini. Le parole di Baudelaire, Poe, Stoker, Bulgakov s’accorpano
a onde sonore: Zucchero, Bowie, Battiato, la colonna sonora di Blade Runner,
The Cure... in una cacofonia limpida come l’apparizione d’un fantasma.
Un fantasma fatto di vapori sfuggenti, ma dallo sguardo fisso su di noi. Uno
sguardo vivo.
Sfuggenti, fisse su di noi e limpide sono le parole di Alda. Parole che nascono
come antiche sorgenti incantate, e come esse vengono da lontano; mondi sommersi,
viscere di Mostri degli Inferi.
Limpide.
Questo è l’aggettivo che spazza via ogni altro, quando penso a
queste parole. Spazza perfino aggettivi “nobili” come evocatrici,
ispirate, taglienti, incisive...
Limpide. Queste parole.
Limpido il suono. Di cristallo che fa fremere l’aria del suo suono più
puro. Blu notte. Limpide le immaggini, fili tesi a intrappolare l’altra
realtà, quella che s’agita in filigrana al di là della pelle
del visibile. Che solo i sogni possono rivelare. Meglio ancora, quando i sogni
si fanno acuminati e affondano come lame affilate, meglio ancora, quando i sogni
si fanno Incubi. E si ha male.