Training in nero

di

Giuseppe Agnoletti e Stefano Vabonesi

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Ore 23 e 05.
Un’ora prima, quando l’aveva ammazzata, sembrava che il più fosse fatto. Un errore di valutazione, chiaramente, e piuttosto grossolano; ma adesso non poteva più tirarsi indietro, quello che aveva incominciato doveva portarlo a termine, a qualunque costo.
Il cadavere era disteso su un tavolaccio improvvisato in cantina: un’asse di legno appoggiata su due cavalletti da falegname. Il corpo, già privo dei vestiti, appariva come una statua di alabastro in stile post moderno, anzi post mortem, disse ridacchiando dentro di sé.
Era stato tutto facile. L’aveva narcotizzata per poterle poi applicare con calma un’intera scatola di cerotti alla nitroglicerina: Nitroderm, per la precisione. L’arresto cardiocircolatorio era stato una logica conseguenza. Un’eventuale autopsia, effettuata dopo almeno dodici ore, non avrebbe rivelato nulla di particolare. Una cautela che poteva sembrare eccessiva, viste le sue intenzioni, ma la prudenza, si sa, non è mai troppa.
Si avvicinò a un angolo, dove una struttura artigianale di metallo e pannelli di vetro chiudeva completamente una vasca addossata al muro. Guardò quella vecchia tinozza, riempita per più della metà con un liquido trasparente. Si mise ad ascoltare la ventola di aspirazione installata nella parete: sembrava il rumore basso di chi rimastica un dubbio in bocca.
Tornò al centro della stanza. Fece un lento giro del tavolo mentre osservava il corpo. Intorno, come una corona di fuochi rituali, le lame e il metallo degli strumenti scintillavano sotto la luce. Controllò l’attrezzatura che era riuscito a procurarsi: il flessibile a disco dentellato del tipo usato in ortopedia per la rimozione dei gessi, seghe di varie dimensioni, un paio di martelli, pinze, tenaglie, scalpelli, alcune bacinelle, stracci e, naturalmente, bisturi.
— Dieci anni di matrimonio… non pensavi che sarebbe finita così, vero? — disse rivolgendosi al cadavere. E il fatto che non potesse rispondergli non costituiva affatto un problema: negli ultimi tempi provava una sorta di piacere consolatorio nel parlare da solo con sé stesso, checché di tale pratica, da sempre, se ne dicesse in giro.
Cominciò a perlustrare la pelle con lo sguardo. Macchie di colore rosso livido erano già apparse lungo il dorso, sul collo, perfino sui lobi delle orecchie. Ricordava il nome di quel fenomeno, “macchie ipostatiche”. Dipendeva dal sangue che, per l’arresto del cuore e per la mancanza di pressione, si accumulava a causa della gravità nelle zone più basse del corpo. Palpeggiò le membra soffermandosi sulle plastiche rotondità dei seni; tutto come previsto, aveva studiato ogni cosa: per il rigor mortis era ancora troppo presto. Accese il flessibile per poi spegnerlo subito dopo con un gesto di stizza. La tuta. Aveva dimenticato di indossare la tuta di carta. Certo, da sola non avrebbe costituito una protezione sufficiente, certo doveva lo stesso bruciare, o comunque fare sparire, ogni capo di vestiario indossato. Certo, pensò mentre se la infilava sul corpo.

Ore 23 e 55.
Le ossa si stavano rivelando un osso duro. Per un attimo rimase colpito dal gioco di parole: era venuto da solo, senza nemmeno averlo cercato. Rise in faccia al cadavere, poi riprese il lavoro fischiettando. Semplicità: spesso la soluzione stava nelle cose semplici. Era sufficiente lavorare a livello delle articolazioni, ricche di cartilagini e parti molli, e le ossa si separavano senza particolari problemi. Naturalmente, col bisturi doveva prima incidere in alcune zone del corpo, ma non usciva che pochissimo sangue. Insomma, un lavoro pulito.

Ore 24 e 17.
La bestemmia proruppe spontanea. Il cadavere aveva mollato feci e urine, contemporaneamente, come se avesse voluto fargli un dispetto. Nello stesso istante fece la sua comparsa Oscar, il barboncino di sua moglie. Rompiballe specializzato, nonché portatore sano di un’inestinguibile antipatia nei suoi confronti. Gli odori che riempivano la stanza lo avevano attirato, ma la cosa non gli creava nessun problema, anzi.
— Oscar, su bello vieni qua.
Il cane rimaneva sulla porta, sospettoso di candidarsi a vittima di qualche suo dispetto. Non era la prima volta e con ogni probabilità nemmeno l’ultima, comunque non era il caso adesso. Certo, avrebbe dovuto trovare una soluzione anche per lui, ma ogni cosa a suo tempo.
— Oscar, su bello… — ripeté, mentre era indaffarato a spingere il bisturi fra le cosce della donna. Aveva gli occhi stretti in una fessura maligna, e si mordeva con i denti il labbro inferiore.
— Hai fame? Vieni, che ti do un bel boccone — Le parole affioravano lente, mentre muoveva la lama in modo da tracciare un percorso tortuoso nella carne.
Finalmente lasciò andare un sospiro di soddisfazione. Tagliò dal corpo l’ultimo cordone bianchiccio e gettò a terra la vagina. Oscar accorse subito, annusò quell’ammasso di carne frastagliato e peloso, poi cominciò a leccarlo, infine a morderlo.
Si girò verso la donna. — Be’, in fondo ti ho fatto un favore. Puttana come sei, ti serviva un buco più ampio.
Per la prima volta, il silenzio che fece seguito alle sue parole non gli piacque, anzi, lo indispettì, come se la vittima volesse farlo vergognare di quell’azione. Era tipico di sua moglie, faceva così quando voleva umiliarlo per le sue gelosie. Con una smorfia di dispetto le tagliò i capezzoli e li gettò al cane.
— E adesso come farà Giulio a leccarteli? — sussurrò nervoso.
Ma il silenzio lo disturbava ancora. Ebbe uno scatto di rabbia e affondò il bisturi nel ventre. Lasciò lo strumento piantato nell’ombelico, come una forca in un deserto, e si appoggiò con le mani all’orlo del tavolo, chinando il capo.
Giulio, anzi, il dottor Liverani. Il loro nuovo medico di famiglia. Chissà da quanto tempo lei e Giulio si conoscevano. Ricordò che sua moglie aveva insistito tanto affinché andassero alla ASL a cambiare dottore. Quello che avevano era troppo vecchio, non azzeccava mai una diagnosi né una ricetta, e lei aveva sempre bisogno di consigli per i suoi malori, vari quanto innocui e indefinibili. Forse avrebbe dovuto accorgersi già dalla prima visita che qualcosa di strano era successo fra Giulio e sua moglie. Erano andati insieme all’ambulatorio, ma allora non aveva notato nulla. Solo adesso, ripensandoci, si affollarono mille indizi prima impercettibili: sguardi fuggevoli, uno strano tono di voce del dottore e di lei, e le loro risate un po’ troppo complici. S’impose di scacciare quei pensieri, e piantò di nuovo gli occhi sul viso che appariva come di cera. Doveva riprendere il controllo della situazione. E la notte era ancora lunga.
— Pagherai per tutto — ringhiò.

Ore 01 e 15.
Dopo aver fatto una pausa per riprendersi, si rialzò e tornò al tavolo. Fino a mezz’ora prima, si era divertito con le gambe. Le aveva sfilato i polpacci come fossero dei guanti, e li aveva gettati al cane, che aveva dimostrato di gradire. Dopodiché aveva scarnificato i femori tagliando, come un macellaio, le grandi masse muscolari delle cosce in lunghe fette brunastre. Oscar se n’era andato, così gli avanzi si erano accumulati per terra. Allora aveva deciso di aprire il ventre, ma non aveva previsto l’odore nauseabondo che ne fuoriuscì come una nebbia. Gli aveva invaso il naso e la bocca, e lui era quasi svenuto. Ora, indossata la maschera, riuscì poco alla volta ad abituarsi, e si affacciò sull’addome, curioso come un bimbo sull’orlo di un pozzo. Tagliò la membrana che inguainava le budella e affondò con lentezza le mani. Appena i polpastrelli sfiorarono le pieghe bagnate dell’intestino un brivido gli punse le mani e salì fino al collo. Sorrise socchiudendo gli occhi.
— Ogni volta che ti desideravo avevi sempre male alla pancia. Te lo ricordi? — Così mormorando, cominciò a muovere le mani nella cavità addominale, lentamente, come se stesse accarezzando un cucciolo sepolto sotto i visceri.
— Ti lamentavi sempre la sera, a tavola. Non erano grandi dolori, no, solo vaghi fastidi. Quando dicevo che eri un po’ fissata, saltavi su e urlavi fino all’ora di andare a letto. Una volta ti proposi di farti vedere da uno specialista. Come al solito scattasti, dicendo che non capivo niente, che il dottor Liverani ti teneva già in cura…
Prese un paio di pinze, le forbici, e poi ancora il bisturi e si avventò sullo squarcio.
— Ora ci penso io a regolarti d’intestino.
Agguantò il lungo serpente di carne e lo fece scivolare dall’addome dentro una bacinella ai piedi del tavolo. Dopodiché si diresse vicino alla vasca. Aprì uno sportello del telaio e con attenzione fece scivolare il contenuto nell’acido solforico concentrato. Richiuse l’apertura e si allontanò di qualche passo, godendosi lo sfrigolio della polpa e l’imbrunire del liquido attraverso i pannelli di vetro. Dato che non aveva voluto rinunciare all’uso dell’acido, era stato costretto a prendere alcune precauzioni contro i vapori corrosivi. E il lavoro era venuto bene: la ventola aspirava senza problemi, la struttura isolava la vasca, e ora la carne si scioglieva in un lurido spurgo di fogna. Era stata una faticaccia costruire quella specie di cappa, senza contare le scuse inventate nei confronti della moglie: che si era dato alla fotografia e che stava allestendo una camera oscura proprio in quella zona dello scantinato. Del resto, la donna non capiva nulla di tali cose, e non aveva neppure la chiave dello stanzone perennemente chiuso.
— Cara, ora non avrai più nessun dolore, e non solo di pancia.
Tornando verso il tavolo, incrociò di nuovo gli occhi del cadavere, ma questa volta ebbe la forza di affrontarli. Si chinò sul viso della donna, e come in un gesto di sfida, la fissò dritto in faccia. Notò che i bulbi erano un po’ avvizziti e avevano cominciato a infossarsi. Scoppiò in una risata secca e rumorosa.
— Amore, il tuo sguardo ha perso un po’ del suo fascino…
Afferrò di nuovo il bisturi e prima di affondare il colpo compì un lento giro con la lama vicino agli occhi.
— Sempre a fissarmi, eh?!

Ore 2.28.
Era stato un lavoraccio, e aveva bisogno ancora di pratica. A tratti aveva affondato troppo, fino a raschiare la mandibola con la lama, ma il risultato non era poi malvagio. Così rimase ad ammirare per un po’ il viso della donna, tagliato via dalla testa, e appeso a una corda che aveva tirato in un angolo della cantina, come un lenzuolo steso ad asciugare.
Si stirò la schiena, mentre avvertiva di avere la testa leggera, libera. Sentiva le sue vene riempirsi di energia. Trattenendo un sorriso, si soffermò a considerare che al progressivo smembramento della donna corrispondeva un miglioramento del suo stato. Provò a respirare, e gli parve che i polmoni potessero riempirsi all’infinito. Le mani gli fremevano; non si era mai sentito meglio. Guardò le quattro mura di quella lurida cantina: le vide come quelle di un tempio o di un castello dove lui era il signore incontrastato.
— Ti dona il lifting, cara. — disse guardandone ancora il volto scarnificato. La risata gli gorgogliò irrefrenabile, dura e pura. C’era indubbiamente un lato comico nell’intera vicenda e lui possedeva la sensibilità adatta per riuscire a coglierlo.
— Non hai una bella cera, sai? Che cosa direbbe il tuo Giulio se ti vedesse in queste condizioni? Adesso ti spiano un po’ quelle brutte rughe; solo un poco, non ti preoccupare — mormorò afferrando lo scalpello.

Ore 4 e 45.
Il corpo era quasi del tutto disossato. I pezzi di carne stavano sfrigolando a bagno nella vasca con l’acido. L’unica parte che era rimasta, lo scheletro rotto e disarticolato, sembrava un bagnante afflitto da un’inspiegabile magrezza che, senza per questo provare alcuna vergogna, prendeva tranquillamente il sole sul proprio lettino.
Adesso c’era il problema di come fare sparire le ossa.
Esalò un sospiro, prese ancora il flessibile e cominciò a tagliarle in pezzi più piccoli.

Ore 6 e 10.
Stava grondando di sudore, e odorava di carogna. Il fetore aveva riempito l’aria del locale e gli si era attaccato sulla pelle. Ma incominciava a vedere la fine del suo lavoro. La bacinella bianca era piena di ossa sbriciolate. Dopo averle tagliate aveva provveduto a frammentarle con un mazzuolo. Per un istante lo aveva assalito l’assurda sensazione di essere un condannato ai lavori forzati, palla al piede e divisa tipo pigiama, a spaccare pietre in una qualche colonia penale della Cajenna. E lo colpì il contrasto perché, a dire il vero, per lui adesso iniziava la libertà.
Prese la bacinella e andò in giardino. Era stato previdente, la buca l’aveva già scavata il pomeriggio innanzi, profonda a sufficienza e nell’angolo più isolato. Scostò il telo di protezione e versò il contenuto del recipiente. Ancora altra fatica manuale: ricoprire di terra le briciole di ossa, poi posizionare con cura le zolle di prato all’inglese.
Terra alla terra… Si diceva così in tali occasioni… e se non erano le parole giuste, sicuramente sembravano quelle più adatte alla situazione.
Tornò dentro, non aveva ancora finito. Doveva pulire tutto quanto ed era necessario farlo bene, cercando di lasciare meno tracce possibili. La pulizia della vasca avrebbe rappresentato il problema maggiore, ma ora non ci voleva pensare. Era troppo occupato a valutare, con una certa soddisfazione, il lavoro compiuto quella notte.

Ore 8 e 36.
Era al limite delle sue energie. Desiderava solo infilarsi sotto il getto di una doccia caldissima per almeno un’ora, senza pensare a nient’altro che al massaggio provocato dall’acqua sulla sua pelle. Poi, magari, dormire.
Guardò il telefono. Aveva suonato, non c’erano dubbi. E un altro squillo gli confermò che non si trattava di un’impressione. Afferrò la cornetta appoggiandosi alla parete.
— Pronto? — chiese con un sussurro rauco.
— Pronto amore, sono io — rispose la voce dall’altra parte, — Il tempo è splendido, io e Luisa ci stiamo godendo questa vacanza in pieno. Oh… come vorrei che ci fossi anche tu.
Bugiarda… pensò dentro di sé.
— Ritarderemo il nostro ritorno di un’altra giornata, è così bello qui; non è un problema, vero?
— Nessun problema.
— Allora fra tre giorni.
— Non vedo l’ora.
— Ti amo tesoro, e tu?
— Anch’io… da morire. — si sentì rispondere, mentre di sottecchi guardava il tavolaccio nudo, dove, fino a poco prima, aveva smembrato il corpo della prostituta albanese caricata in macchina la sera innanzi.

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