Dal Profondo
di
Luigi Brasili
****
“Scappa, non fermarti… Continua a correre, non guardare indietro…Manca poco ormai… La luce è vicina, dopo tanto tempo…Finalmente libero, lontano dal profondo…”
“Ciao nonno, come stai
oggi?”
Era una bella giornata di fine maggio e Luigi Magagna era immerso nel suo passatempo
preferito: curare le rose del giardino di casa.
“E come vuoi che vada?” rispose all’unisono con il rumore
di arbusti spezzati prodotto dalle sue vecchie ossa, “Un giorno bene,
un altro un po’ meno, oggi direi che è uno di quelli buoni”
concluse sorridendo e allargò le braccia per accogliere il nipote, suo
omonimo.
“Vieni, sediamoci sotto il gazebo, c’è una caraffa di the
freddo appena uscita dal frigorifero” disse al ragazzo.
Restarono in silenzio a sorseggiare la bevanda, immersi nella calma del giardino,
assaporando il profumo sprigionato dai fiori colorati.
“Allora, come vanno le cose all’università? Hai dato altri
esami ultimamente?” chiese l’anziano uomo, spezzando così
quel momento di quiete.
“La settimana scorsa ho superato a pieni voti l’esame di storia
dell’arte, disse Ginetto – questo era il nomignolo con cui veniva
chiamato in famiglia fin da quando era bambino – senza nascondere la propria
soddisfazione.
“Complimenti!” esclamò il nonno, “bisogna festeggiare,
tieni, prendine uno” disse, porgendogli un toscano.
“E adesso quanti te ne mancano di esami?” chiese il vecchio soffiando
una nuvola di fumo.
“Ne mancano due, ma non ho intenzione di riprendere a studiare prima di
settembre, quest’anno è stato molto stressante e ho deciso di prendere
qualche mese di riposo” rispose Ginetto, tirando a sua volta una boccata
del sigaro.
“Giustissimo ragazzo mio, e cosa pensi di fare per l’estate?”
“Beh, con Mariano e altri due amici stiamo organizzando un viaggio di
alcune settimane in giro per l’Europa, però prima vorremo fare
una cosetta…” rispose il nipote, lasciando che le sue parole sfumassero
per incuriosire il nonno.
Il vecchio aggrottò la fronte e si avvicinò appoggiandosi al tavolino:
“Una cosetta, eh? E magari si tratta di una cosa che ha a che fare con
una certa carrozza d’oro, vero?”
Il nipote alzò le mani, quasi in gesto di difesa dallo sguardo penetrante
del vecchio, poi disse: “Lo sai, quella storia mi ha affascinato fin dalla
prima volta che me la raccontasti quando ero piccolo; e poi non è solo
curiosità, si tratta anche di difendere il tuo onore”.
“Il mio onore? E da cosa?”
“Beh… alcuni miei amici hanno insinuato che si tratta di una leggenda
metropolitana e che tu ti sei inventato tutto…”
“E cosa ti importa? Lasciali cuocere nel loro brodo, a me basta che tu
ci credi. Cosa vuoi che mi freghi di quello che pensano dei ragazzini viziati
e ben vestiti? L’importante è che tu stia alla larga da quel posto,
te l’ho detto: è pericoloso!”
“Sarà anche pericoloso, ma tu sei ancora qui, vivo e vegeto.”
“Certo, io sono qui, ma i miei amici non ci sono più, lo capisci
questo?” rispose il vecchio, alterandosi.
“Scusa nonno” continuò il nipote “non ti arrabbiare,
ma tu sai che a Tor Vergata ho potuto verificare gli archivi dei giornali dell’epoca
e su quella storia ci sono soltanto pochi riferimenti a dei ragazzi scomparsi
in una zona di campagna sull’Appia antica e alle ricerche infruttuose
da parte della polizia. Non ci sono i nomi di quei ragazzi, tantomeno il tuo”.
Il vecchio si alzò senza aggiungere altro e cominciò a gironzolare
pensieroso tra le aiuole fiorite tornando con la mente ai ricordi nascosti nelle
pieghe della sua memoria…
“E tu da dove sbuchi? Sei venuto a rubare,
vero? Non ti muovere o sparo.”
“Mi aiuti signore…i miei amici sono rimasti dentro, quella cosa
li ha presi…”
“Ma cosa stai dicendo? Di che parli? Adesso fai il bravo e andiamo dai
carabinieri così queste sciocchezze le racconti a loro…”
Luigi Magagna era originario di Trieste e prima
di stabilirsi, non ancora trentenne, a Roma, aveva trascorso gli anni dell’adolescenza
lontano dalla famiglia, imbarcato su un mercantile. Dopo lunghi anni passati
in mare, prima e durante la guerra, fu in seguito a un ricovero in ospedale,
a Napoli, che decise di abbandonare la vita del marinaio.
Era sopravvissuto a un’epidemia di tifo nero che aveva decimato l’equipaggio
e si trovava in ospedale per la riabilitazione, con due amici che come lui se
l’erano cavata.
Nell’ospedale conobbero un vecchio centenario, ex-marinaio a sua volta,
che nonostante l’età era ancora molto sveglio e, soprattutto, aveva
molte storie avventurose da raccontare.
Una di queste storie affascinò più delle altre i tre giovani marinai;
riguardava una misteriosa carrozza d’oro massiccio che si trovava sepolta
sotto il suolo di Roma, nei pressi della zona in cui sorgevano le catacombe
di Santa Domitilla. “Io ci sono stato ragazzi, l’ho vista con questi
occhi; purtroppo all’epoca ero da solo e dopo nessuno ha voluto credermi,
ma vi giuro che quel luogo esiste” aveva affermato il vecchio, con una
tale convinzione che il giovane Magagna e gli altri due marinai decisero che
valeva la pena di fare un salto da quelle parti, visto che comunque dovevano
andare a Roma per cercare lavoro.
Il giorno prima della partenza avevano portato via i pochi oggetti personali
dalla nave ed erano passati in ospedale per salutare il vecchio, ma scoprirono
che era morto poche ore prima, durante la notte. Una infermiera raccontò
che prima di spirare, l’uomo, in preda al delirio, aveva pronunciato delle
frasi sconnesse; lei aveva percepito solo alcune parole che aveva trascritto
dietro un foglio sul quale il vecchio aveva redatto il giorno prima un disegno
strano.
Luigi prese il foglio e capì che il disegno era in realtà una
mappa del luogo descritto nel racconto. Le parole, invece erano senza alcun
senso apparente: ‘attesa’; ’rigenerazione’, ‘buio’,
‘dal profondo’.
“Dunque vorresti farci credere che non
eri nelle catacombe per rubare reperti.”
“Lo giuro maresciallo, sono arrivato attraverso il sottosuolo, partendo
da una grotta che si trova vicino alle Terme di Caracalla!”
“E i tuoi amici sarebbero rimasti là sotto, uccisi da qualcuno.”
“Non qualcuno, non era un uomo, era qualcos’altro!”
Circa sei mesi dopo, i tre amici avevano trovato
lavoro presso una cava di travertino alle porte di Roma e si erano stabiliti
in una casa in affitto vicino alla Porta Ardeatina, non molto distante dalla
zona in cui si trovava la grotta.
L’accesso era in un terreno abbandonato, lungo la via Appia, a un chilometro
circa dalla Porta.
Luigi, cresciuto in una zona ricca di cunicoli e grotte, aveva una certa esperienza
in materia di esplorazioni. In virtù di quell’esperienza si occupò
dell’attrezzatura necessaria, ‘prelevandola’ un po’
per volta dai magazzini della cava. Oltre a torce elettriche, corde e caschi
di protezione, trafugò anche un badile e alcuni candelotti di dinamite.
Alcune settimane dopo aver completato la raccolta del materiale, cominciarono
a fare dei sopralluoghi nella grotta di accesso, percorrendo ogni volta un tratto
maggiore nel cunicolo che si addentrava tortuoso nelle profondità del
sottosuolo.
Nel corso di due mesi, sempre col favore del buio, effettuarono una decina di
esplorazioni, fino ad avanzare per almeno due chilometri, ma non incontrarono
altro che grossi topi e pipistrelli, oltre all’onnipresente fango: ce
n’era una tale quantità da far pensare a un’immensa palude
sotterranea. Per loro fortuna il fango non raggiungeva mai profondità
superiori al mezzo metro, ma anche pochi centimetri erano sufficienti a rendere
molto ostico e faticoso il loro avanzare.
Nonostante la fatica e gli ostacoli, non persero mai l’entusiasmo e la
loro perseveranza fu premiata nel corso dell’undicesimo tentativo: dopo
oltre due ore di cammino, sbucarono in una grotta molto più ampia dei
cunicoli percorsi in precedenza. L’antro era talmente esteso che la luce
delle torce non riusciva a illuminare le pareti opposte né il soffitto.
Quando giunsero sul lato opposto della caverna, trovarono uno stretto cunicolo,
profondo una cinquantina di metri, in fondo al quale la roccia si apriva in
una cavità apparentemente grande quanto quella che si erano appena lasciati
alle spalle.
Stavolta però, non c’era traccia di fango e quando il cono di luce
delle torce attraversò il buio, un inequivocabile riflesso dorato scintillò
per alcuni istanti.
Con un cenno d’intesa i tre amici attraversarono di corsa la distanza
che li separava dall’oggetto e in breve si trovarono al cospetto di quello
che avevano cercato così a lungo.
Dunque il vecchio marinaio aveva detto la verità: la carrozza d’oro
esisteva veramente e si ergeva davanti a loro in tutto il suo splendore; la
forma e le dimensioni erano tali da somigliare molto a una biga, di quelle usate
nelle gare e in guerra dagli antichi romani. Dopo l’entusiasmo iniziale
i tre giovani si resero conto che sarebbe stato impossibile trafugare quel tesoro,
allora iniziarono a girare intorno alla carrozza per verificare l’esistenza
di eventuali oggetti preziosi più piccoli e più facili da portare
via. Delusi, provarono a colpire il metallo con il badile, ma ottennero soltanto
la rottura dell’attrezzo. Luigi considerò la possibilità
di usare la dinamite ma scartò subito l’idea: oltre a non essere
sicuro di ottenere lo scopo temeva di provocare un crollo che li avrebbe seppelliti
insieme alla carrozza. Cominciò allora a perlustrare la zona circostante
sempre alla ricerca di qualche altro oggetto prezioso, mentre i suoi due amici
salirono sulla biga e si sedettero sconsolati a fumare una sigaretta. A una
decina di metri di distanza Luigi inciampò su qualcosa di ingombrante.
Quando puntò la torcia per capire la natura dell’ostacolo, l’orrore
che lo afferrò fu inferiore soltanto a quello che avrebbe provato poco
dopo: dal pavimento lo sguardo vuoto che lo fissava apparteneva inequivocabilmente
a un cadavere mummificato; i vestiti indossati dal morto erano laceri ma l’oggetto
che giaceva a pochi centimetri dalla testa era ancora in buono stato e Luigi
non ebbe alcun dubbio che si trattasse di un cappello da marinaio.
Colto da una terribile intuizione si girò per avvisare i suoi amici,
ma fu anticipato dalle loro urla e la voce gli restò in gola alla vista
della carrozza, che in pochi istanti si deformò trasformandosi prima
in una gabbia, e poi in un blocco squadrato senza alcuna apertura, una vera
e propria tomba d’oro. Tentò inutilmente di aiutare i suoi amici
colpendo con tutta la forza il cubo dorato con ciò che restava del badile,
poi si arrese e iniziò a piangere come un bambino.
Quando la sua mente realizzò che ormai i suoi amici erano spacciati,
Luigi Magagna si alzò e cominciò a correre verso la parete della
grotta più vicina, incurante dei cadaveri mummificati che incrociavano
lo sguardo con la luce della sua torcia.
Arrivato alla parete, si spostò lungo di essa alla ricerca del cunicolo
che lo avrebbe portato lontano da quell'orrore.
La ricerca sembrò durare all'infinito ma finalmente vide quello che gli
sembrava l'ingresso attraverso il quale era penetrato insieme ai suoi amici
solo poco tempo prima. Ma quando si abbassò per entrare nel cunicolo
scoprì che una barriera invisibile gli impediva il passaggio. Allora
riprese a cercare ma ogni volta che credeva di essere sul punto di avercela
fatta scopriva che anche quel passaggio era invalicabile.
Alla fine, stremato, tornò al centro della grotta, si accoccolò
accanto al sarcofago dorato e attese il suo turno.
Poco dopo, la stanchezza e la rassegnazione presero il sopravvento e si addormentò.
“Allora facci vedere anche a noi, mostraci
questa grotta”
“No! Vi prego, tutto quello che volete, ma non questo. Non ci riesco,
non voglio tornare laggiù, non ce la faccio!”
A un mese da quella visita in giardino, Luigi
Magagna jr. incontrò ancora il nonno ma stavolta non ci furono discussioni:
il vecchio giaceva con le braccia incrociate, disteso in una bara. Le mani erano
appoggiate su un vecchio cappello blu con la tesa bianca, il berretto da marinaio
che dai tempi della guerra non aveva mai abbandonato.
Dopo la sepoltura, la donna che badava alla casa del vecchio Magagna, abbracciò
il ragazzo, poi singhiozzando gli porse una busta bianca che riportava due parole
scritte a penna con la calligrafia familiare del defunto: Per Ginetto.
Dieci minuti più tardi, il telefono di Mariano squillò: “Luigi,
che c’è?”
“Grosse notizie, ho la mappa!”
Due settimane dopo la sepoltura del nonno, Luigi,
detto Ginetto, con i suoi amici Mariano, Alessio e Giovanni si trovavano sotto
la superficie, all’interno del lungo cunicolo che li avrebbe condotti
al tesoro nascosto.
Avevano scelto di comune accordo di dormire e mangiare sottoterra, e di tornare
in superficie solo se entro quattro giorni non avessero scoperto nulla.
Erano entrati nella grotta di accesso da quasi quarantotto ore, procedendo a
tappe: mezz’ora di riposo ogni due ore di cammino. Per dormire, si alternarono
facendo la guardia per un’ora a testa, ottenendo almeno sei ore di sonno
per ognuno.
"Va bene, per adesso portatelo in ospedale,
quando si sarà calmato vedremo di organizzare la ricerca."
"Maresciallo Cola, lei pensa che sia vero quello che ha raccontato?"
“Neanche per sogno, ma voglio vedere questa grotta…”
Quando Luigi Magagna si svegliò si accorse
di non essere solo: in piedi accanto a lui vide un uomo dall'aspetto familiare.
Il vecchio marinaio stava sorridendo...
"No, non è possibile...tu…tu sei morto!"
"Morto? Beh sì, l'uomo che tu hai conosciuto in ospedale è
sicuramente morto, da molto tempo."
"Chi...? Cosa sei?"
"Chi sono...? Diciamo che sono quello che gli uomini hanno sempre temuto...
e cercato. Sono stato chiamato in molti modi, demone, incubo, perdizione...
o più semplicemente il male. Dimoro in questa grotta da millenni e io
stesso non sono in grado di ricordare quando è iniziato tutto. In passato
la gente veniva qui per adorarmi, per donarmi sacrifici di animali e di persone,
oppure per chiedermi consiglio o soltanto per trovare l'oblio. Ma poi nel tempo
il mio nome, il mio ricordo, la mia essenza vennero dimenticati e io restai
solo per lunghissimo tempo. Allora cominciai a desiderare di morire, a tentare
di annullarmi ma fu inutile: io non posso morire... perché non sono mai
stato vivo. Provai anche a scappare ma non potevo, perché questa grotta
è la mia prigione, il mio limite, la mia sostanza. Poi, però,
un giorno di centinaia di anni fa, giunsero qui altri umani e per puro caso
scoprii che potevo entrare in simbiosi con loro. Allora li uccisi, risparmiando
solo quello che emanava più energia vitale e mi impossessai del suo corpo
e della sua mente. Una sensazione che non avevo mai provato: io in lui e lui
in me.
Ma soprattutto scoprii che attraverso di lui io potevo possedere quella vita
che non ricordavo di avere mai vissuto. E lasciai finalmente questo luogo. Vidi
il mondo esterno attraverso i suoi occhi. Provai i piaceri della carne attraverso
il suo corpo. Uccisi altri esseri umani con le sue stesse mani.
Ma un giorno la linfa vitale del mio ospite si prosciugò e io fui trascinato
come in un vortice, di nuovo in questa prigione. Passarono altri cento anni,
durante i quali mi accompagnò solo la disperazione per quello che avevo
trovato, e perso, troppo in fretta. Giurai che non sarebbe più accaduto,
avrei trovato il modo per far vivere più a lungo il mio prossimo ospite
e per preparare il terreno al nuovo prescelto. E adesso tu sei qui, ragazzo.
Adesso noi saremo una cosa sola. E io tornerò alla luce. Lontano da qui,
lontano dal profondo."
"Venite, vedo un riflesso!"
"Sì, eccola! Non ha mentito, esiste davvero.”
"Ma cosa c’è qui sotto? Oddio, è pieno di cadaveri…”
Mariano fu il primo ad arrivare alla carrozza:
“E’ stupenda Luigi” disse voltandosi verso l’amico,
“proprio come te l’aveva descritta tuo nonno… Ma cos’hai,
perché non rispondi?”
Luigi era rimasto impietrito a guardare gli artigli gialli che si erano formati
dalla carrozza e avevano spezzato con uno scatto legnoso il collo di Giovanni
e Alessio.
Mariano si girò appena in tempo per inorridire a sua volta prima di arrivare
al termine della sua breve vita nell’abbraccio soprannaturale del metallo
dorato.
“Ciao figliolo.”
La voce che ruppe il silenzio di morte che avvolgeva la caverna, non sorprese
il giovane Luigi: “Nonno, dunque eri tu…”
“Non avrei mai dovuto raccontarti di questo luogo, ma non ho saputo resistere,
è la mia natura.”
“E adesso…? Mi ucciderai come gli altri?”
“Mi dispiace ragazzo mio. E’ assurdo, ma in tante esistenze vissute
usurpando le vite delle mie vittime è la prima volta che provo tristezza.
Forse…no! Non posso farlo, vattene adesso, prima che la mia vera natura
prenda il sopravvento, scappa!”
Luigi si scosse dal terrore che lo teneva paralizzato e corse con tutto il fiato
che aveva in corpo senza mai voltarsi.
“Attenzione, cos’è quel rumore? Non è possibile, nooo…”
Due mesi dopo la fuga da quell’incubo
Luigi jr. si recò alla caserma dei carabinieri.
Si era rimesso dallo stato confusionale in cui lo avevano trovato e poco per
volta aveva ripreso la vita di sempre; o quasi, senza i suoi amici non sarebbe
più stata la stessa.
Dalla sala d’aspetto davanti all’ufficio del maresciallo Cola, poteva
osservare i ruderi del teatro Marcello; un ammasso di terra e pietra che gli
fece riaffiorare con violenza il doloroso ricordo della grotta in cui si erano
spenti Mariano e gli altri.
I corpi non erano stati ritrovati, sarebbero rimasti in quella tomba gigantesca
in compagnia delle decine di altri cadaveri che ne costellavano il pavimento,
e di quelli che sarebbero venuti in seguito.
“Venga signor Magagna, il maresciallo la sta aspettando” disse un
militare.
“Allora, come va ragazzo? Ti trovo abbastanza bene.”
“Sto cercando di farmene una ragione, ma è dura… E lei invece,
che mi dice maresciallo…, o preferisce che la chiami nonno?”
“Scappa, non fermarti… Continua
a correre, non guardare indietro…Manca poco ormai… La luce è
vicina, dopo tanto tempo…Finalmente libero, lontano dal profondo…”
Tutti i diritti riservati