Regalo di compleanno

di

Biancamaria Massaro

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2 gennaio

La mia vita si può riassumere in poche righe.
A ventitré anni mi sono distinto in un concorso letterario per esordienti e sono riuscito a far stampare il mio primo romanzo. A trenta avevo già pubblicato 5 best-seller. Dai trentacinque non riesco a scrivere più nulla. Adesso che ne sto per compiere quaranta, accendo il computer solo per collegarmi a Internet o per perdere tempo con i giochi d’azione e avventura che ho rubato a mio figlio. In mezzo c’è stato un matrimonio. E un figlio maschio, Marco, appunto.
Finché scrivevo, è andato tutto bene: eravamo una famiglia modello, ricca, felice e apparentemente senza alcun problema al mondo. Lara e io adesso invece siamo i classici separati in casa. Lei occupa ancora il nostro letto, mentre io sempre più spesso dormo sul divano del mio studio, che nemmeno perdo tempo a trasformare in letto.
Potremmo - anzi, dovremmo - divorziare, ma non credo che lo faremo mai. Io perché non mi ci vedo a prendermi la briga di dare l’avvio alle pratiche necessarie, mia moglie perché non vuole ritrovarsi senza un soldo. Peccato, se prima del matrimonio il mio avvocato non avesse tanto insistito per la divisione dei beni, Lara se ne sarebbe già andata, invece vive ancora con me. E mi tradisce.
La colpa, lo riconosco, è soprattutto mia: sono io infatti che evito ogni contatto con lei. Sbaglio, lo so, ma non sopporto che mi chieda continuamente come sto e quando riprenderò a scrivere. Non è mica il mio agente, insomma, e neanche il mio editore! Quelli sì che vorrebbero tanto che io riprendessi a lavorare, insistono sempre che io mi rimetta presto a lavorare. Dicono che devo farlo per i miei lettori, ma pensano solo al loro portafoglio, mentre io al fatto che non ce la faccio più a scrivere.
Soprattutto non ne ho più voglia.


30 gennaio

Ieri è stato il mio compleanno e mia moglie mi ha organizzato la solita festa a sorpresa. Per fortuna stavolta non aveva invitato Sensi, il mio agente, perché non avevo proprio voglia di spiegargli di nuovo che ho perso l’ispirazione.
A ricordarmi che un tempo ero uno scrittore famoso ci ha pensato però mio fratello Paolo, che non perde mai l’occasione per sottolineare il fatto che ormai sono un fallito. Mi ha regalato un penna stilografica antica, appartenuta sembrerebbe a un noto poeta, mio omonimo, suicidatosi agli inizi del 1900 dopo che la moglie lo aveva abbandonato.
Funziona ancora, perciò oggi ho iniziato a usarla. Per riempire le pagine di questo diario, non certo per un nuovo romanzo. Come ho già detto, l’ispirazione mi ha abbandonato per sempre.


13 febbraio

Perfino tenere questo diario mi stanca. Abituato al computer, trovo quasi innaturale usare d nuovo una penna e in poco più di un mese ho riempito solo poche pagine.
No, è inutile che menta, la penna va benissimo, è che proprio non ce la faccio a scrivere, neanche per me stesso.
Oggi mi sono seduto alla scrivania la mattina presto e adesso è già sera. Per finire nemmeno dieci righe quindi ho impiegato tutto il giorno. Quando ero ancora uno scrittore, a fine giornata avevo pronte almeno venti cartelle e in testa una decina di nuove idee da sviluppare. Ero convinto che una vita sola non mi sarebbe bastata per dare voce a tutte e pensavo che il blocco dello scrittore fosse una menzogna, una scusa che i miei colleghi inventavano quando volevano smettere di lavorare e godersi i soldi guadagnati.
Ero un altro uomo allora, non migliore, non più sicuro di sé o più amabile, solo un uomo con tante storie da raccontare. Storie inventate, che parlavano di uomini più fortunati o sfortunati di me, differenti e per molti versi non dissimili da me, estranei e allo stesso tempo miei fratelli gemelli, uomini alle cui vite immaginarie mi appassionavo per non vedere la mia, per la quale avevo già iniziato a perdere interesse.
Quando la mia stessa vita arrivò a non coinvolgermi più, proprio come un tumore che si trasmette da un organo a un altro, l’indifferenza si estese ai miei personaggi, finché mi passò del tutto la voglia di parlare di loro. Succede la stessa cosa a chiunque perde l’ispirazione? Non lo so, e devo dire che non mi interessa. So solo che questo è quello che è capitato a me. È inutile tirare in ballo la solita Musa e accusarla di avermi lasciato. Anche per lei ormai è diventato impossibile tirare fuori qualcosa dal vuoto che è in me. È come se fossi già morto e la mia mente non se ne fosse ancora accorta, perciò illude se stessa e le persone che mi circondano che sono ancora vivo. Però qualcosa sospetta, in caso contrario non si sentirebbe costretta a rinchiudere il mio corpo in questo studio dalle persiane sempre abbassate, buio e silenzioso come una tomba.


21 febbraio

Lara e Paolo sostengono di essere sempre più preoccupati per me perché non esco più di casa, nemmeno per comprare il giornale o accompagnare a scuola mio figlio. Non sono neanche andato a ritirare un premio che avevo vinto in Francia in occasione della riedizione del mio primo romanzo, tradotto stavolta con maggiore cura di quanto era avvenuto la prima volta, quindici anni fa.
Al mio posto ci sono andati loro due, perché un week-end a Parigi non si rifiuta mai, anche in inverno. Passano molto tempo insieme, forse troppo. Dovevo immaginarlo: non sono mai stato un tipo molto interessante e, senza più il fascino che circonda di solito gli artisti, Lara da tempo mi trova solo un obeso e scontroso omuncolo che le russa accanto nel letto. E ormai non faccio più nemmeno questo: rinchiuso giorno e notte nel mio studio, la lascio libera di usare la nostra camera da letto per trovare soddisfazione come e con chi meglio crede.
Mio fratello, debole e sempre geloso del mio successo, si è lasciato volentieri sedurre da mia moglie, che adesso lo comanda a bacchetta.
Formano davvero una bella coppia. Lo penso davvero. Ma non è un complimento.


6 marzo

Lara e Paolo mi stanno alienando l’affetto di Marco, che mio fratello dall’inizio dell’anno tutti i giorni porta a scuola al mio posto. Questo però mi sta bene, perché non sento di aver più niente da dare o da dire a mio figlio.
Marco e io viviamo nella stessa casa, ma riusciamo a non vederci per intere settimane. Inoltre, da quando ho ferito al volto la donna di servizio tirandole contro la penna stilografica come se fosse una freccetta, Lara gli ha impedito di entrare nel mio studio.
Nessuno adesso osa più disturbarmi, così posso sedermi davanti alla scrivania a non fare nulla. Sempre più di rado mi collego a Internet e da giorni non leggo più la posta elettronica. Almeno adesso scrivo, ma solo poche righe su questo diario.
No, ho mentito, sto prendendo appunti sulla vita del poeta che prima di me aveva posseduto la penna stilografica, dalla quale adesso non mi separo mai. Potrebbe essere l’idea per un buon libro, una biografia romanzata di un talento precocemente scomparso. Sì, potrebbe esserlo, ma tra le mani di qualcun altro, non certo tra le mie. Io voglio solo scoprire quanto il poeta suicida e io abbiamo in comune.
Perché? Non lo so, forse solo per tenermi occupato.


12 marzo

Io sono, ero uno scrittore. Il precedente possessore della penna stilografica invece era un poeta, ma a parte questo ci assomigliamo molto. Come me infatti divenne famoso da giovanissimo, ma l’ispirazione e la fama lo lasciarono rapidamente. La moglie allora lo abbandonò, portandosi dietro i loro tre figli. Scomparve una mattina, insieme a tutti i gioielli e il denaro che aveva convinto il marito a ritirare dal suo conto, con la scusa che non si fidava delle banche.
Il poeta si ritrovò così senza famiglia e senza un soldo. Del tutto solo e ormai povero, apprese dai giornali che sua moglie era fuggita con un pianista famoso. Non ebbe più la forza di presentarsi negli ambienti che aveva frequentato fino a quel giorno e andò a vivere in una modesta pensione, rifiutandosi di vedere i parenti e i pochi amici che gli erano rimasti. Non scrisse più poesie, ma non c’era giorno che non si sedesse al tavolino, rimanendo immobile per ore con la sua stilografica in mano, in attesa che l’ispirazione ricomparisse. Almeno lui sperava che la Musa tornasse a baciarlo, io no. Non scrivo più e non mi sento più uno scrittore. Forse non lo sono mai stato.


26 marzo

Come scrittore ormai non valgo più nulla, ma come uomo valgo un milione di euro, quasi due miliardi delle “vecchie lire”, come amerebbero spiegare al telegiornale. Almeno così era precisato sulla mia polizza sulla vita, ma l’ho fatta scadere.
Ci sono ancora la casa dove vivo, quella in montagna, quella al mare, qualche investimento fortunato nonostante gli alti e bassi della Borsa, i diritti sui mieli libri… in tutto penso si possa arrivare a circa altri tre milioni di euro, e credo di essermi tenuto stretto. Finché sono vivo è tutto mio, ma se dovessi morire passerebbe tutto a mia moglie, che dovrà controllare anche il patrimonio che alla maggiore età spetterà al nostro unico figlio. Immagino che Lara sia arrivata alle mie stesse conclusioni, perciò si sta organizzando. Le sono più utile da morto che da vivo. È questo che pensa e sono sicuro ripete di continuo a mio fratello, cercando di convincerlo che solo da vedova sarebbe libera di amarlo.


2 aprile

Ieri ho parlato con il mio avvocato. Gli ho detto di fare in modo che alla mia morte sia lui a gestire il patrimonio di Marco fino ai suoi diciotto anni e che voglio lasciare a mia moglie solo il minimo legale. Il primo aprile mi è sembrato il giorno ideale per fare uno scherzo simile a Lara. Se lo merita.
Il mio avvocato non ha battuto ciglio, non ha fatto commenti. Mi ha solo chiesto che intendessi fare riguardo ai beneficiari della mia assicurazione sulla vita. Gli ho confessato che l’ho lasciata scadere, non pagando l’ultima rata. Mi ha risposto che non è così: ci ha pensato Lara a farlo al mio posto. Si è garantita così almeno altri sei mesi in cui se muoio diventerà una ricca e consolabilissima vedova.
Non male, l’avevo sottovalutata.


13 aprile

Il polline riesce ad arrivare anche dentro le case, perciò perfino un allergico come me che non esce da mesi è costretto a prendere gli antistaminici e a sentirsi assonnato tutto il giorno. Se poi ci beve sopra, è sicuro che si addormenta. Diventa tutto più pericoloso, se gli succede con la sigaretta accesa in mano e si trova da solo in casa perché la moglie ha portato il figlio insieme al cognato a vedere l’ultimo film della Walt Disney. Rischia di morire soffocato dal fumo o per le ustioni.
Ieri sera sembra che mi sia accaduto proprio questo.
Lara ha superato se stessa, ma non le è andata bene: il fumo mi ha fatto tossire, mi sono girato dall’altra parte e sono caduto dal divano. Mi sono svegliato di soprassalto, senza più quasi aria nei polmoni e con la giacca del pigiama che aveva già preso fuoco. La pelle e i peli sottostanti si sono bruciacchiati, ma con un po’ di pomata sono tornato come nuovo.
La mia morte sarebbe stata classificata come un incidente, una tragica fatalità. Brava Lara, una buona idea, però le è andata male. La prossima volta cercherà di fare meglio. Devo essere più attento, più vigile.


23 aprile

Ho scoperto che il poeta mio omonimo alla fine si è tolto la vita in un modo piuttosto macabro e singolare. Nell’anniversario del suo matrimonio si è seduto come al solito alla sua scrivania e con entrambe le mani poggiate sul tavolo ha impugnato la stilografica con il pennino rivolto verso l’alto. Subito dopo si è inchinato di scatto e si è conficcato la penna nell’occhio destro, spingendola per oltre 7 centimetri dentro al cervello.
È stato un grande poeta, grande soprattutto nel modo in cui ha scelto di morire. Peccato che a scuola nessuno racconti questo particolare. I professori infatti dicono solo che si è suicidato, lasciando ai loro alunni la possibilità di immaginare come. Dubito che qualcuno abbia mai intuito la verità. Io non lo avevo fatto.
Ho raccolto molti dati sulla sua vita, molti non ancora conosciuti. Potrebbe venirne fuori un buon libro, sicuramente di successo. Io mi ritroverei nei panni dello scrittore in declino che ritrova l’ispirazione e ritorna alla ribalta scrivendo sulla vita - sulla morte, soprattutto sulla morte - di un poeta che si è suicidato dopo che la fama lo aveva abbandonato. Sarebbe una bella pubblicità, poi arriverebbero le interviste, le presentazioni del libro, gli autografi...
Meglio che Sensi e il mio editore non sappiano delle mie ricerche. Non voglio certo che si precipitino qui, convinti che presto si arricchiranno ancora grazie al mio lavoro. So che si sentono spesso con Lara, sperando che un giorno dica loro che mi sono rimesso a scrivere.
Non sospettano che mia moglie abbia ben altri piani nei miei confronti.


6 maggio

Mi chiedo se il mio omonimo si sia ucciso con la stessa penna con cui io sto scrivendo adesso su questo diario. Fosse stato assassinato, la penna sarebbe stata considerata l’arma del delitto, perciò non credo che gli inquirenti avrebbero permesso che tornasse in circolazione. Però è stata pur sempre il mezzo con cui una vita è stata spezzata, quindi mio fratello non dovrebbe esserne entrato in possesso.
Sì, ci sono molti più motivi per cui la penna non possa essere questa, ma allora perché lungo la sua impugnatura mi sembra di individuare delle macchie brune, mal cancellate?
Il pennino d’argento invece è perfettamente pulito e lucente, infatti posso perfino vederci il mio volto riflesso. Deformato, però, tant’è che non sembra neanche il mio.


16 maggio

Lara e Paolo non nascondono più il fatto di essere diventati amanti. Hanno perfino trascorso insieme lo scorso fine settimana nella nostra villa di campagna, trascinandosi dietro mio figlio Marco. Mi hanno chiesto di andare con loro, ma so che l’hanno fatto solo per finta cortesia, sperando che rifiutassi.
Ipocriti e calcolatori fino in fondo, dunque!
Non tutti e due, in realtà: è mia moglie che tiene le fila del gioco, la donna che ha sposato lo scrittore di successo, sperando che sfornasse un best-seller l’anno fino alla vecchiaia, ma che oggi si trova legata a un uomo che tutti giudicano finito, lui per primo. Si è allora rivolta all’unica persona che conosceva che fosse più debole di me, mio fratello.
Paolo la segue come un cane fedele e farebbe di tutto per lei, anche aiutarla a entrare in possesso dell’assicurazione che ho stipulato quando ancora pensavo che la mia vita valesse qualcosa. Lara poi si libererà anche di lui, questo è chiaro, tenendosi i soldi e nostro figlio. Piangerà un po’ sulla mia tomba, ma è ancora giovane, bella e astuta, perciò non rimarrà a lungo vedova.
Sì, è astuta, ma non dovrebbe dimenticare che l’assicurazione non paga in caso di suicidio. Uccidendomi, gli tirerei un bello scherzetto. Però devo pensare bene a come morire. Dovrà essere qualcosa di spettacolare, sicuramente qualcosa che non possa passare per un’inevitabile disgrazia.
Lara e Paolo non si dovranno mai godere i miei soldi.


3 giugno

Lara e Paolo parlano ore al telefono e passano intere serate seduti sul divano. Quando Marco va a letto, anche loro ci vanno, certo non a dormire. Maledetta puttana, sposata a un fallito e amante di un altrettanto fallito!
Povero Paolo, crede davvero che mia moglie lo ami, non immagina di essere solo una marionetta tra le sue mani. O forse sto solo giustificando mio fratello. Anche a lui farebbe comodo dividersi quattro milioni di euro. Per Marco è già come se fosse un secondo padre, perciò, uccidendomi, potrebbe perfino convincersi di non renderlo orfano.
Sì, a conti fatti Lara e Paolo sono fatti davvero l’una per l’altro e sono allo stesso modo colpevoli. Devo impedire che la facciano franca e vivano per sempre felici e contenti con i miei soldi. In fondo, me li sono guadagnati quando ero ancora capace di scrivere, sono soldi puliti, che non meritano di sporcarsi passando nelle loro mani.


12 giugno

Oggi sono scivolato in bagno e ho sbattuto la testa contro il lavandino. Non è uscito molto sangue, anche se è mi venuto fuori un bel bozzo. Ho perso i sensi e al mio risveglio non mi ricordavo chi ero e dove fossi, né riuscivo a reggermi in piedi.
Poi c’è stata l’ambulanza, la TAC, dottori che mi curavano e infermieri che volevano il mio autografo. Dopo quarantotto ore in ospedale sono tornato a casa. Completamente in me, a sentire i medici, intanto però hanno spiegato a mia moglie che devo prendere ogni giorno delle gocce incolori.
Lara si è scusata di non avermi avvertito in tempo che le si era rovesciato metà flacone di shampoo sul pavimento accanto alla vasca, proprio lì dove l’ombra del water rende tutto più confuso. Finita la doccia, è andata a prendere lo straccio, poi è tornata in bagno, ma l’ha trovato chiuso a chiave. Ha bussato, ma non le ho risposto, allora si è spaventata. Poi è arrivato mio fratello. Per una visita programmata, certo, ma fatta proprio al momento giusto: che fortunata coincidenza!
Paolo ha sfondato la porta ed è entrato in bagno insieme a Lara. Mi hanno visto a terra, immobile. Immagino la loro delusione, quando hanno scoperto che ero ancora vivo e che avevo rovinato il loro piano. Hanno dovuto perfino soccorrermi e chiamare aiuto.
Ormai Lara ha definitivamente convinto Paolo ad aiutarla a eliminarmi, perciò ci riproveranno.
Che si inventeranno la prossima volta? Non lo so, però immagino che aspetteranno un po’ di tempo, tanto per assicurarsi che la polizia non colleghi il mio incidente mortale con la caduta in bagno.


14 giugno

Sensi è venuto a trovarmi.
Mi ha detto che la mia casa editrice vorrebbe pubblicare alcuni vecchi racconti apparsi più di 10 anni fa in alcune riviste letterarie. Sono pochi, perciò dovrei scriverne qualcun altro. Solo una ventina di cartelle in tutto, niente di più, tanto per arrivare almeno a 130 totali. Sì, solo un volumetto da far uscire a Natale per battere la concorrenza che metterà in vendita una raccolta di novelle poliziesche di un mio collega, uno che scrive ancora.
Il mio agente era sicuro che avessi abbastanza idee per consegnargli a fine mese il lavoro finito. Per fortuna non gli ho parlato degli appunti che stavo prendendo sul poeta mio omonimo, o avrebbe tentato di convincermi a terminare per fine anno un romanzo, almeno la prima bozza. Gli ho risposto che non intendevo scrivere neanche venti parole.
“È una questione di soldi?” mi ha chiesto, sorridendo. Se è così, non mi devo preoccupare, perché sono disposti a pagare molto per una mia nuova opera, qualsiasi essa sia. Anche la lista della spesa - ha aggiunto - ma io non scrivo neanche quella, perciò non ho potuto ridere per la sua battuta. Non firmo neanche più gli assegni, tanto mia moglie ha la firma sul mio conto e ci pensa lei a spendere per tutti e due.
Non ho più voglia di scrivere - ho cercato di spiegargli - nessuna voglia. Sensi però ha provato a insistere, finché ha capito che era tutto inutile, allora ha lasciato lo studio. Non è andato via, anzi è rimasto a parlare con mia moglie per una buona mezz’ora.
Lara più tardi è venuta a chiamarmi per la cena, come se si fosse dimenticata che ormai mangio nel mio studio, da solo. Era vestita in modo molto sexy. Scollata abbastanza da essere provocante, ma senza sfiorare la volgarità. Si è messa a massaggiarmi le spalle e mi ha chiesto - con quella sua voce speciale, tutta promesse e sottointesi - che cosa voleva il mio agente, proprio come se non gli avesse parlato.
Di fronte alla sua ipocrisia ho cominciato a sentirmi come pietrificato. Non sopportavo che mi toccasse, ma non riuscivo nemmeno a muovermi, a sottrarmi alle sue mani che sembrava mi artigliassero. Avevo perfino la nausea e un mal di testa che aumentava ogni secondo di più. Non volevo averla vicina, dovevo a ogni costo mandarla via, perciò le ho promesso che avrei provato a buttare giù l’idea per qualche racconto e che la prossima volta avrei ascoltato con più attenzione le proposte che mi avrebbe fatto Sensi
Finalmente Lara è andata via, soddisfatta. Se tornassi a scrivere e ad avere successo, rinuncerebbe a uccidermi?


16 giugno

Oggi mi ha chiamato mio fratello, tutto contento che avessi deciso a riprendere a scrivere. Ha pure provato a fare lo spiritoso, dicendo che la penna che mi aveva regalato mi stava portando fortuna e che con quella avrei scritto certo un best-seller.
Gli ho ricordato che ormai faccio tutto al computer.
Ha riattaccato.


18 giugno

Il mio agente, richiamato da Lara, è tornato subito. Ha fretta, posso capirlo, Natale è vicino, e il mio libro dovrebbe essere mandato in stampa al più presto.
Mi ha fatto la stessa proposta della volta precedente e io ho di nuovo rifiutato. Si è fatto allora più serio e mi ha chiesto se ero almeno disposto a mettere una firma. Ingenuamente gli ho domandato cosa intendeva dire, ma la risposta era chiara. Avrei dovuto firmare un paio racconti di un aspirante scrittore che in cambio avrebbe visto il suo nome in una raccolta di opere prime di giovani emergenti che uscirà nella collana supereconomica e supersfigata della mia casa editrice. Io invece sarei tornato a essere uno scrittore di successo.
Nel mio campo a volte succede. A vent’anni anch’io ho lasciato che un mio collega più famoso firmasse un mio racconto, perciò non mi sono sorpreso più di tanto. Sarebbe stato facile e per un po’ mia moglie e il mio editore mi avrebbero lasciato in pace.
Ero molto tentato di accettare, poi però sensi ha fatto l’errore di accennare al fatto che presto ci sarebbero state nuove interviste e presentazioni, soprattutto la promessa ai miei lettori che avrei scritto presto qualcos’altro, magari un romanzo.
Insomma, mi ha detto che sarei tornato sulla cresta dell’onda, che le luci dei riflettori sarebbero state di nuovo puntate su di me, che avrei dovuto fare questo, che mi avrebbero chiesto di fare quest’altro e che mi sarei dovuto piegare a fare qualcos’altro ancora.
L’ho mandato via.
Mia moglie questa volta non si è fatta vedere e la cena me l’ha portata mio figlio. Mi ha guardato come se fossi uno sconosciuto. Io non l’ho neppure ringraziato.


20 giugno

L’immagine che vedo riflessa sul pennino d’argento non è distorta, semplicemente non è la mia, ma quella del poeta che se l’è conficcato nel cervello.
No, non sono pazzo e non credo ai fantasmi, perciò ho dato subito una spiegazione razionale al fenomeno.
La penna è stata in contatto diretto con i neuroni del poeta al momento della sua morte e i suoi pensieri le sono rimasti in qualche modo legati. Questa sorta di residuo psichico - tanto per usare un termine amato dagli scrittori del mistero - è entrato adesso in comunicazione con me. Per prima cosa il poeta mi ha confermato che la penna che uso è proprio quella con cui si è ucciso, poi mi ha confessato di essersi pentito del suo gesto. Non del delitto, ma di averlo compiuto su se stesso, invece che contro chi lo aveva tradito.
Sono giorni che mi esorta a non fare lo stesso errore e sono giorni che io lo sto ascoltando. Sa di aver sbagliato e vuole impedire che io faccia altrettanto.


22 giugno

Ieri Lara si è accorta che parlavo con la penna. Per fortuna era troppo lontana per sentire quello che mi stava dicendo. Mi ha però comunicato che manderà nostro figlio a stare qualche giorno dai nonni, almeno finché non decidiamo quando partire per le vacanze. Proprio come se fosse convinta che mi farò portare da lei e Paolo al mare, magari sulla nostra barca, in modo da cadere “accidentalmente” in acqua e affogare!
Le sta studiando davvero tutte per sbarazzarsi di me. Da una settimana non entra nello studio, neanche per spolverare. Quando ci incontriamo in corridoio - peccato che lo studio non abbia un suo bagno privato - mi guarda sempre più preoccupata.
Forse sospetta qualcosa? Non lo so, so solo che dovrò agire presto, molto presto. Se esistesse una Musa per gli assassini, sono sicuro che adesso sarei in grado di comporre un’ode in suo onore. La scriverei con questa penna e per inchiostro all’inizio userei il sangue di Lara e sul finire quello di Paolo.


24 giugno

A Lara non piacciono i funghi, a mio figlio e a me sì. Mia moglie però oggi non ha voluto che Marco li mangiasse.
Li ho lasciati tutti sul piatto. Non sarà certo avvelenandomi che si sbarazzerà di me, questo è sicuro.
È ora che io passi al contrattacco. Sì, anche il poeta mio omonimo è convinto che non posso più rimandare. Dal pennino mi ripete ogni momento che devo eliminare mia moglie e mio fratello prima che loro riescano a farlo con me.
Non sarà un delitto, piuttosto legittima difesa.
Posso permettermi di pagare i migliori avvocati affinché lo dimostrino. Se non ci riusciranno, non finirò in galera: mi ucciderò prima. Non ho mai escluso il suicidio, solo che prima voglio pensare a Lara e Paolo.
Dovrei preparare un piano, ma sarebbe troppa fatica. Meglio lasciare fare tutto all’improvvisazione, all’ispirazione del momento. Sì, quando sarà il momento saprò certamente come fare. Se avrò dei dubbi, delle esitazioni, il mio omonimo mi consiglierà su come portare a termine il lavoro.
Mi guiderà lui.


26 giugno

Ho ucciso mia moglie. L’inchiostro con cui scrivo adesso è il suo sangue.
La penna funziona ancora.
Sarà in grado di farlo anche dopo che l’avrò conficcata nell’occhio di mio fratello?


Domenica mattina Paolo andò a trovare la famiglia di suo fratello. Insieme a Lara doveva decidere quando partire per la villa al mare. Ci sarebbero rimasti fino ai primi di agosto, poi, per fuggire dalle spiagge troppo affollate, sarebbero andati in montagna. Prima bisognava convincere suo fratello ad abbandonare la città, ma non sarebbe stat facile, visto che da mesi si rifiutava perfino di uscire di casa, vivendo semi sepolto nel suo studio. Se avesse fatto molte storie, c’erano sempre quelle gocce che gli avevano prescritto i medici e che avrebbero dovuto tranquillizzarlo. Magari avesse cominciato a prenderle da più tempo e con maggiore frequenza! Probabilmente non avrebbe mai ferito la donna di servizio, colpendola con la penna stilografica. Mica si era mostrato pentito in quell’occasione - gli aveva spiegato sua cognata, tremando - anzi aveva ripreso subito a scrivere, ridendo del fatto che le prime lettere gli erano venute fuori di color rubino.
Lara per settimane si era rifiutata di entrare nel suo studio e gli aveva lasciato il vassoio con il pranzo e la cena fuori della porta, almeno finché il marito non aveva rischiato di darsi fuoco da solo, allora era dovuta diventare più vigile. Non era però riuscita a impedire che cadesse in bagno e finisse in ospedale. Per fortuna non si era fatto niente di grave, ma, se si aggiungeva la volta in cui si era quasi dato fuoco da solo, il quadro si faceva preoccupante.
Paolo bussò a lungo alla porta dell’appartamento del fratello, ma nessuno venne ad aprirgli. Entrò allora con le chiavi che gli aveva dato Lara da quando il marito, le rare volte che si trovava in casa da solo, si rifiutava perfino di rispondere al citofono. All’inizio le luci spente gli fecero pensare che non ci fosse nessuno, poi entrò in salotto e nella penombra vide la cognata seduta sulla poltrona davanti al televisione spento, dandogli le spalle. La chiamò, ma non ottenne risposta, perciò pensò che si fosse addormentata, allora le si avvicinò e le toccò la spalla destra.
La donna cadde in avanti, proprio mentre Paolo si accorgeva che le sue dita si erano macchiate di una sostanza appiccicosa e rossastra. Prima che la sua mente accettasse il fatto che Lara era stata assassinata e che si era sporcato con il suo sangue, gli si avventò contro un uomo che teneva in mano qualcosa di lungo e sottile, forse un coltello.
Paolo reagì con prontezza, afferrando la pesante lampada poggiata sul tavolino accanto al divano e colpendo con essa il braccio armato del suo aggressore. Riuscì così a disarmarlo, poi lo spinse a terra. Accecato dalla furia, lo colpì ancora alla testa con la lampada, poi lo colpì di nuovo e lo colpì ancora, finché l’uomo non si mosse più. Solo in quel momento si accorse che era suo fratello e che in mano stringeva la penna che gli aveva regalato per il compleanno. Le gambe allora non lo sostennero più e si lasciò cadere a terra. Disperato.

***

Quando Paolo si riprese, chiamò la polizia, poi si precipitò nello studio del fratello per vedere se c’era qualcosa che potesse spiegare il suo gesto. Trovò il diario sulla scrivania, aperto alla data corrente e macchiato del sangue di Lara. Si fece coraggio e lo lesse dall’inizio, poche pagine che il fratello aveva scritto negli ultimi mesi.
I poliziotti lo trovarono che rideva e piangeva allo stesso tempo, ancora seduto alla scrivania. All’inizio pensarono che fosse lui l’assassino, ma solo finché non lessero anche loro il diario, allora lasciarono cadere ogni accusa.
Ai funerali del fratello e della cognata, Paolo parve inconsolabile. Riuscì però a non piangere quando abbracciò i genitori di Lara che avevano accettato di prendersi cura del nipote e chiese loro perdono per quanto era successo. Tutti tentarono di spiegargli che lui non aveva colpa, che non avrebbe potuto fare nulla per impedire la tragedia, ma Paolo continuava a ripetere:
“Mio fratello è innocente, è stata tutta colpa mia, solo colpa mia.”
“Parti, cambia aria, lasciati tutta questa storia alle spalle”, gli consigliarono amici e parenti, allora Paolo preparò la valigia e si mise in viaggio.
Due giorni dopo Paolo si uccise, tagliandosi le vene dei polsi nella vasca da bagno del primo albergo in cui si era fermato. Aveva lasciato un biglietto sul lavandino, con scritte queste poche parole:
Amavo Lara e anche lei mi amava, ma non abbiamo mai tradito mio fratello, né abbiamo mai pensato di ucciderlo.
Gli ho mentito, la penna era nuova. Dissi che era appartenuta al poeta suicida perché volevo scuotere mio fratello, spingerlo a non arrendersi come invece aveva fatto il suo omonimo.
Volevo solo che riprendesse a scrivere, tutto qui.

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