Soli nella notte
di
Marko Matz
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I passi nervosi ed il sopracciglio destro inarcato
in un’espressione più cinica che annoiata, Adam imboccò
un’alta e stretta scalinata che l’avrebbe condotto al solito piazzale.
Il suo preferito.
Lungo ed ampio, costeggiato da un lato da una serie di vetuste tombe di famiglia,
austere costruzioni senza tempo, forse dimenticate, dall’altro da una
discreta vista del Verano e dei suoi cipressi intrisi di resina putrescente.
I pochi stracci di nuvole che ricoprivano il cielo riflettevano le luci della
metropoli accendendo la volta celeste di un lugubre riverbero rugginoso.
Un raggio di luna piena metteva in risalto la cupola di un grande mausoleo situato
ad una sessantina di metri da Adam, che aveva appena messo piede sul piazzale.
L’idea di non poter uscire oltre le mura del grande cimitero monumentale
lo frustrava non poco.
Come ogni anno, in settembre, verso la fine della stagione estiva, la capitale
rimaneva sveglia sino all’alba. Le strade diventavano arterie e le persone
grumi di sangue.
Adam aveva atteso con angoscia quella notte. Sapeva già dal giorno prima
che si sarebbe svegliato la nottata seguente con la gola secca, bisognoso di
quell’ambrosia color rubino.
La troppa carne in giro per la metropoli non avrebbe permesso a nessuno di loro
di varcare i confini del cimitero.
Adam passeggiava da solo nella zona del Verano che prediligeva. Gli altri erano
distesi in qualche recesso tombale a riposare.
Tendendo le orecchie poteva facilmente sentire il mormorio
della città intasata di cacciagione, il traffico che scorreva lento lungo
la Circonvallazione Tiburtina.
Niente sangue, per quella sera, neanche una stilla, pensava
Adam si distese sulla pavimentazione scrostata, la nuca poggiata su uno strato
di muschio morto, al lucore vischioso della luna.
Si rialzò poco dopo udendo dei passi.
Da una scalinata che conduceva al punto più alto del Pincetto Vecchio,
una pallida donna sulla trentina scendeva fissando Adam negli occhi. Vestiva
un abito ottocentesco risalente agli anni settanta di quel secolo.
Anche Adam indossava un abito di quell’epoca.
Si conoscevano bene. Entrambi nati nel 1882. Vissuti insieme a cavallo fra i
due secoli e spirati lei di tisi e lui in una trincea durante la Grande Guerra.
Ofelia si fermò davanti ad Adam e, accompagnando le parole con un buffetto
affettuoso sulla guancia di lui, disse: <<In direzione della Scogliera,
in un buio colombario, un gruppo di satanici sta consumando una gaia baccanale.>>
<<Facessero quel che vogliono. Il sangue di quei fanatici non mi piace.>>
La donna piegò da una lato la testa, storse la bocca e ribatté:
<<Immaginavo non avresti dimostrato alcun interesse.>>
<<Sento tuttavia che non resisterò, senza bere.>>
Ofelia sospirò e si sedette sul troncone reciso di un albero malato.
<<Ci ho pensato anche io, ma uscire dal Verano non mi sembra una buona
idea.>>
<<Sai sempre leggermi nel pensiero.>> sorrise Adam, sedendosi accanto
alla compagna.
<<E tu anche.>> rise lei, <<Ad ogni modo ci sono sempre altri
modi per trascorrere la notte… Potrei farti un po’ di compagnia,
se lo desideri. Magari in qualche bella ed obsoleta cappella.>>
<<Compagnia sì, ma non nel senso che intendi: oggi non ho voglia.>>
<<La mancanza di sangue ti rende troppo fiacco.>> commentò
lei, alzandosi.
<<Esatto.>> rispose lui, imitandola.
Mano nella mano, le due creature camminavano
per il piazzale senza dirsi nulla, osservando le
lapidi che scorrevano alla loro destra e leggendo le date di nascita e di morte
di quelli che
riposavano sottoterra, racchiusi in una bara, ormai ridotti in polvere, come
del resto anche i tempi a cui erano appartenuti. Gli stessi in cui Adam e Ofelia
potevano ancora uscire alla luce del giorno senza essere annientati.
<<Ho fame, Ofelia.>>
<<Anche io, Adam.>>
Entrambi si fermarono. Accanto a loro la tomba di una famiglia che parve ai
due d’aver conosciuto, una volta, in chissà quale circostanza.
Adam sospirò.
Il suo volto emaciato indusse Ofelia a riflettere.
<<Se avessi bevuto sangue, le notti scorse, non staresti in questo stato.
Dimmi, per quale…>>
<<Il sangue di questa generazione è brusco. Non mi piace.>>
spiegò subito lui.
<<Ma dovrai pur berlo se…>> la donna s’interruppe comprendendo
che non avrebbe risolto nulla.
Adam era visibilmente caduto in depressione. Non aveva più alcuna voglia
di esistere né come corpo né come entità.
I giorni in lui e Ofelia passeggiavano spensierati per le strade della Roma
ottocentesca erano un ricordo remoto.
Quella sottospecie di vita – se così la si può chiamare
– ancorata al mondo terreno da quel sottile, filamentoso e quanto più
viscido bisogno quotidiano di sangue non aveva mai soddisfatto il loro desiderio
di continuare a restare insieme. Non come si erano immaginati.
La donna considerò solo allora d’aver sbagliato. Avevano sbagliato
entrambi.
Restare insieme, in eterno, a condizione di svolgere un’esistenza da parassiti.
Ne era valsa davvero la pena? No, pensò lei, tanto meglio valeva morire
definitivamente, disintegrarsi nella cassa come decide di fare la gente, almeno
quella con ancora un po’ di senno in capo.
Ma tornare indietro è impossibile. Ofelia lo sapeva. Ed Adam molto più
di lei.
I due ripresero la passeggiata dopo essere stati qualche minuto immobili ad
osservare la tomba a loro vagamente familiare.
Abbandonarono il Pincetto Vecchio scendendo dalla stessa scalinata che aveva
salito Adam meno di tre quarti d’ora addietro.
Vagarono a lungo, senza meta, muti. I loro passi li portarono nei pressi della
Scogliera.
Lì, Ofelia chiese ad Adam di condurlo al colombario dove lei aveva assistito
alle prime fasi dell’orgia satanica.
Al contrario di quanto si aspettasse la donna, il vampiro non declinò
la proposta.
Lei quindi sorrise e lo guidò al posto.
Il colombario era illuminato da numerosi, spettrali
lumi elettrici.
Non c’era più nessuno. Il festino era già terminato. Non
ne rimanevano che diversi schizzi di sperma qua e là sulle lapidi, qualche
reggiseno, biancheria intima femminile e maschile macchiata di sangue mestruale.
Ed una testa mozzata. La testa mozzata di una statua.
Adam si chinò e la sollevò.
Dovevano averla tagliata con un seghetto. La parte recisa del collo era stata
dipinta di rosso.
<<Secondo te a cosa sarà loro servita quella cosa?>> domandò
Ofelia.
<<Non saprei. Ormai non sanno più cosa inventarsi.>> commentò
Adam, e gettò a terra la testa, che si spaccò fragorosamente.
Uscirono dal colombario frustrati. Con le fattezze
di due grossi cani. Due alani bianchi.
Di corsa si gettarono all’inseguimento di qualcuno che forse non esisteva.
Di qualcuno che poteva essere benissimo chiunque. Bastava che ci fosse. Il che
era da scoprire.
Le tenebre del cimitero, con le seriche luci dei lumi elettrici e dei lampioni,
generavano esseri d’ombra dagli occhi cremisi.
Ripresero le loro sembianze umane quando avvistarono in lontananza il cancello
di una delle
diverse entrate – od uscite – secondarie del Verano.
Lo raggiunsero a passi lenti. Attraverso le sbarre della cancellata era visibile
il largo S. Passamonti.
Il rombo del traffico era in quel punto davvero assordante. Poco più
il là, nelle strette vicinanze, una
lunga fila di auto procedeva dalla Circonvallazione Tiburtina per poi salire
su per la sopraelevata.
Poco più lontano, in piazza dei Sanniti, alcuni di giovani ubriachi in
festa gridavano canzonacce.
Distratto ad un suono coperto dal rumore delle macchine e dei clacson frenetici,
Adam si diresse verso le toilette ubicate accanto al cancello.
<<Dove vai?>>
<<Torno subito.>>
Una delle due porte, quella dei bagni maschili, era stata lasciata aperta. Forse
per negligenza. Forse perché rotta.
<<Adam…>> disse Ofelia vedendolo sparire dietro la porta,
nell’antro buio dei bagni.
La donna si avvicinò, e quando fu ad un passo dalla porta, un gemito
più simile ad un brontolio le fece aggrottare le sopracciglia sottili.
Dall’oscurità retrostante la porta dei bagni, Adam riemerse con
le labbra imbellettate di sangue.
<<Ofelia, vieni, ho trovato della carne.>> la invitò.
La donna si sollevò appena l’elegante gonna per salire uno scalino
ed entrò nel bagno.
Adam le prese dolcemente la mano e la guidò in un cantuccio che puzzava
di muffa.
Lì, un senzatetto giaceva inerme, due fori sul collo.
Il vampiro l’aveva morso con delicatezza, senza svegliarlo.
Ofelia si chinò vicino all’uomo disteso a terra, gli sollevò
la mano e gliela azzannò con avidità.
<<Non avrei mai creduto…>> mormorò il vampiro. E si
accovacciò anch’egli accanto al barbone.
Gli tolse i resti di quella che doveva essere stata una scarpa e gli addentò
il piede lercio.
Pochi sorsi ed Adam si rialzò in piedi. Andò a chiudere la porta
dei bagni. E nell’oscurità riprese a dissetarsi assieme alla sua
Ofelia.
<<Nutrirsi in compagnia è così piacevole, specialmente se
è con te.>> disse la donna, tendendo la mano nella cecità
del buio alla ricerca del compagno.
Le sue dita trovarono la lingua di Adam.
Avevano appena terminato di sfamarsi. Del clocharde non ne era rimasto che il
corpo dissanguato.
Il vampiro fece serpeggiare a lungo la sua lingua fra le dita di Ofelia.
Successivamente, nel corso di lente, perverse effusioni, i due arrivarono a
consumare in modo rapido una passione così prorompente da farli gemere
e ruggire come bestie in calore.
La porta si aprì cigolando e dalle toilette
maschili uscirono due farfalle. Andarono a posarsi sulla corolla di un fiore
appassito, e li riacquistarono il loro vero aspetto.
Nudi come vermi, i due tornarono nelle toilette per recuperare i propri abiti
e vestirsi.
Mano nella mano si accostarono poi alla cancellata. Fermi con lo sguardo rivolto
verso il mondo esterno. Il mondo dei vivi.
Ofelia allungò il braccio in avanti, oltre le sbarre, e guardò
Adam con occhi loquaci.
Questi assentì. Ed entrambi varcarono il cancello come uno spirito oltrepassa
un muro.
Superando lo spiazzo davanti all’entrata del Verano videro con la coda
dell’occhio, nascosto tra due bidoni della spazzatura, un ragazzo –
forse un altro giovane senzatetto – russare con una siringa piantata nelle
vene.
Improvvisamente gli abbaglianti di un’auto di passaggio li colpì
in pieno ed Ofelia si portò una mano davanti agli occhi.
Era un taxi. Un taxi privato.
Adam fece un cenno all’autista e la macchina frenò bruscamente
davanti alle due creature.
Il finestrino della portiera anteriore destra si abbassò ed una voce
nerboruta eruppe in tono canzonatorio: <<Cos’è, siete usciti
da una festa in maschera, belli di notte?>>
Adam e Ofelia si accostarono all’auto.
<<Ci servirebbe un passaggio.>> esordì Adam.
<<Prego, questo è un taxi. Avanti, salite.>> l’invitò
il tizio al volante.
Il vampiro aprì la portiera e fece entrare la sua Ofelia accompagnando
il movimento del braccio con
un inchino.
<<Come facevate a sapere che si trattava di un taxi? Non sarete dei telepatici?>>
domandò l’uomo non appena entrambe le creature ebbero preso posto
sulle poltrone posteriori dell’auto.
Né Adam né Ofelia risposero a quella domanda.
Il conducente del taxi privato emise un grugnito, borbottò qualcosa e
schiacciò l’acceleratore.
Imboccò la sopraelevata intasata. <<Detesto la notte bianca.>>
sbuffò.
Le macchine procedevano a passo d’uomo. Forse addirittura più lentamente.
Nell’oscurità dell’abitacolo Ofelia picchiettò una
mano di Adam con un dito, quindi indicò con un rapido, eloquente movimento
degli occhi il conducente.
<<Non ora. Non qui.>> le disse all’orecchio.
<<Cosa? Cosa non ora e non qui?>> s’intromise il tizio al
volante, che era riuscito a cogliere le parole del vampiro.
<<Nulla.>> rispose atono questi.
Il conducente alzò un sopracciglio e contorse le sue labbra bavose e
massacrate dall’herpes in un sorrisetto maldestro.
<<Ho capito, ho capito…>> sghignazzò.
L’uomo accese la radio ed il silenzio nell’abitacolo crollò.
Ofelia nel frattempo abbassò il finestrino alla sua sinistra, lo sguardo
flaccido che vagava sui volti delle persone all’interno delle altre auto.
<<Non mi avete detto dove desiderate andare.>>
<<Dove volete voi.>> rispose subito Adam.
<<A noi non interessa dove, l’importante è che ci sia carne.>>
disse Ofelia.
<<Come, scusi? Potrebbe ripetere, bella signora? Sa, non ho inteso bene…>>
<<No, invece avete inteso benissimo.>> disse lei, <<Ma concedo
a voi la libera interpretazione di quel che ho detto.>>
Al termine della sopraelevata il taxi girò a destra ed imboccò
la Casilina in direzione del centro.
Fermatosi al semaforo in piazza di Porta Maggiore, l’autista aprì
un piccolo vano e ne trasse un pacchetto di sigarette. Ne sfilò un paio.
Le accese e se le fumò entrambe.
Al verde il taxi ripartì sgommando alla grande e tutti in piazza si voltarono.
Non un attimo senza suono. Non un minuto di
silenzio.
La musica della radio, lo strepito della notte bianca, il frastuono del traffico
puntellato dagli urli dei clacson.
Attraverso i finestrini aperti della vettura, i due vampiri osservavano quella
straordinaria Roma notturna con occhi spenti, desolati. Nulla apparteneva più
a loro. Niente era rimasto dei loro tempi.
La gente. I costumi. Le abitudini. La mentalità. Tutto cambiato.
Adam ed Ofelia invece erano ancora là. In una metropoli d’inizio
ventunesimo secolo. Soli in una notte caotica ove tutto poteva accadere.
Oscurità e luci si alternavano nell’abitacolo del taxi imbottigliato
nel coagulo ferroso ed assordante del traffico.
L’auto si era appena lasciata alle spalle via Marmorata ed intrapreso
via Caio Cestio, una stradina che costeggiava il Cimitero Acattolico.
La piramide Cestia svettava oltre le mura del piccolo camposanto.
Il conducente del taxi trovò parcheggio vicino all’entrata del
cimitero. Lo scuro cancello era chiaramente chiuso, a quell’ora.
<<Sta a voi decidere, adesso.>> disse l’uomo, togliendo la
radio, <<O mi aspettate qui, oppure fine del giro. In questo caso sono
sette euro.>> aggiunse, ed aprì la portiera per scendere
<<Attenderemo qui.>> la voce di Adam risuonò come il sibilo
di una vipera.
Con lo sguardo i due vampiri seguirono il tizio andare incontro ad una prostituta
che camminava avanti e indietro per un breve tratto lungo l’altro lato
della stradina.
Adam capì immediatamente e rivolse gli occhi altrove, annoiato.
Ofelia invece rimase ad assistere alla scena.
Vide la prostituta annuire con un’espressione vacua sul viso truccato
ed appartarsi in un angolo drappeggiato dalla penombra insieme al conducente
del taxi. Questi si slacciò la patta dei pantaloni e la falena si chinò
per prenderglielo in bocca.
Gli occhi di Ofelia si venarono di sangue scorgendo, nell’opaca oscurità
in cui i due umani si erano nascosti, i lineamenti del conducente contrarsi
al ritmo del piacere.
<<Guarda, Adam.>>
Il vampiro volse lo sguardo in direzione di quello squallido spettacolino e
domandò alla compagna: <<Pensi anche tu quello che penso io?>>
<<I tuoi pensieri sono i miei.>>
Entrambi uscirono dall’auto senza aprire le portiere. Come serpi strisciarono
fuori dai finestrini e si mimetizzarono fra le ombre che rivestivano l’asfalto,
volteggiando abilmente fra le luci dei lampioni senza farsi notare ne tanto
meno percepire.
Il timore che quei due strani tipi potessero svignarsela senza pagare era come
una spina nel fianco, non lo faceva godere a pieno.
L’uomo emise un grugnito. Sentiva ora il piacere sul punto di scoppiare.
Abbassò lo sguardo per vedere la prostituta che muoveva la testa su e
giù. Ecco. Pochi istanti e sarebbe venuto copiosamente nella sua bocca.
In quel fugace lasso di tempo lanciò un’occhiata alla sua auto.
Sembrava non esserci più nessuno nell’abitacolo.
Fece per lanciare una bestemmia quando l’orgasmo gli smorzò l’imprecazione
in gola.
Reclinò il capo all’indietro. Si lasciò trascinare dal piacere
e gemette. Senza nemmeno sospettare di quello che stava loro per accadere. Non
avrebbe mai immaginato di ritrovarsi un secondo dopo ad urlare mentre il suo
membro continuava a zampillare forsennatamente.
Qualcuno era comparso come un fantasma alle sue spalle e gli aveva conficcato
le dita acuminate nelle orbite.
L’atroce dolore sovrastò il suo udito e l’uomo non sentì
la prostituta strillare mentre un’altra persona – o magari la stessa
che gli aveva appena cavato gli occhi: del resto poteva trattarsi di qualunque
cosa, pure di un mostro – la afferrò di sorpresa per i capelli
e le azzannò il collo.
Il conducente del taxi avvertì due piccoli aghi forargli la pelle all’altezza
della giugulare, il sangue affluire attorno al punto in cui una fastidiosa pressione
lo menava progressivamente alla morte.
È come un bacio appassionato, pensava l’uomo, ma molto più
intenso, parossistico, addirittura ferale.
Finito di sfamarsi, il mostro scaraventò il cadavere della prostituta
in un angolo incrostato di rifiuti. Analogo trattamento per il conducente del
taxi privato. O per meglio dire, di ciò che rimaneva di lui: un fantoccio
di carne appassito come un fiore essiccato tra le pagine di un libro antico.
<<Questa vita mi ha nauseato.>>
ruppe il silenzio Adam, chinandosi per accarezzare un gatto fuggito dalla colonia
felina.
Stavano passeggiando fra i sepolcri del Cimitero Acattolico.
Ofelia si appoggiò di schiena sul tronco di un cipresso. Aveva ancora
le dita sporche di sangue, ora annerito e incrostato sulla pelle e sulle unghie
lunghe.
<<A che cosa pensi?>> le domandò Adam.
<<A quello che pensi tu.>>
<<Andiamo.>> disse dopo qualche momento di silenzio il vampiro.
<<Torniamo al Verano?>> chiese Ofelia, porgendo la mano al compagno,
che gliela afferrò dolcemente.
Adam scosse la testa.
Un sentiero di mattonelle li condusse al giardino situato alle spalle della
Piramide Cestia.
Lungo il cammino le due creature si affacciarono alla ringhiera che dava sulla
colonia felina e sulle
rovine della piramide.
Il clamore della notte bianca sembrava non penetrare nel cimitero. In quel luogo
l’atmosfera era la stessa di sempre, con i suoi silenzi granulosi e le
sue suggestioni notturne pregne di un forte aroma esoterico.
Adam ed Ofelia presero posto su una panchina. E lì si sdraiarono, illuminati
da un cono di polverosa luce siderale.
Attesero l’una nella braccia dell’altro l’arrivo di Morfeo.
Intendevano farla finita una volta per tutte. Redimersi del male compiuto in
quegli anni trascorsi come parassiti. Attendere in un sonno senza sogni l’alba
ed i suoi raggi affilati come rasoi sulla e dentro la loro pelle anemica, nei
loro corpi di carne morta ed irrorata di altrui sangue umano.
Nessuno avrebbe potuto di loro nulla ne tanto meno impedirglielo .
Quello era il destino che li attendeva e che essi avevano firmato nel corso
della loro esistenza.
Si sarebbero tramutati in pietra alle prime luci dell’indomani ed al contempo
rivisto, seppur per pochi attimi, la nascita di un nuovo giorno.
Suicidati alla luce abbacinante e mortale del sole, stretti in un abbraccio
di reciproca commiserazione.
Tutti i diritti riservati
Marko Matz, alias Marco Mazzanti,
è nato a Roma nel 1987; è studente universitario in Storia e
nel tempo libero legge, scrive e disegna ascoltando musica.
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