Inciampo nel destino
di

Roberto "Univers" Gattinoni

***


Lasciai con secca indifferenza che il portone del palazzo alle mie spalle si chiudesse, nonostante il severo avviso di accompagnarlo con cura.
Che si fottano tutti in pompa magna, su in ufficio. C'era da aspettarselo, del resto; il ragionier Sticani era decisamente ottuso quanto le sue strampalate convinzioni sul modo di gestire la contabilità di magazzino. Non dovevo dar retta alle sue frecciate ma, data la mia suscettibilità, non potevo restarne indifferente. Caspita, che colpa ne avevo se la stampante del mio computer non funzionava più a dovere? Erano settimane che inoltravo richieste per cambiare le cartucce e nessuno mi aveva dato retta.
Ecco come poteva essere rovinata una giornata standard di lavoro per un litigio su un rendiconto dall'inchiostro sbiadito.
"Se non sei attento alle tue faccende, non diventerai produttivo da nessuna parte." mi rinfacciò sornione quel barilotto pidocchioso, mentre la giovane segretaria dalle gambe sgangherate faceva finta di sfogliare Novella 2000 per non ridacchiare di me.
Come poteva essere produttivo uno come lui, che spiava siti porno appena il capoufficio era assente per qualsiasi motivo?
Mi sentivo uno schifo per la rabbia. Ficcai nervosamente entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni, dopo aver lasciato la mia valigetta in auto. Diedi calci ad una lattina vuota di sprite finchè potei, passeggiando per strada. Avevo voglia di aria fresca prima di rincasare tra le mura domestiche e sorbirmi ulteriore stress. A testa bassa, fissando i marciapiedi del lungo viale poco trafficato, non vidi il sole che tramontava in un esemplare disegno di mite primavera. Pensavo invece a tutt'altro.
Il sapore del suo dopobarba, un po' invadente per la verità, e lo sguardo attento e rassicurante. La sua voglia di rispettare il lavoro di tutti, soprattutto dei neoassunti alle volte un po' imbranati come me. I suoi consigli e contemporaneamente i suoi costruttivi rimproveri per farmi crescere (altro che il ragionier Sti cazzi), come fosse un secondo padre. Per dirla brevemente, in un nome solo, si riaffacciò tra i miei ricordi il volto marcato del signor Volpi. Precisamente Massimo Volpi, un caro collega che fino a sei mesi fa lavorava nella stanza accanto.
Poi sparì dalla mia carriera, lasciandomi solo a patire le lamentele superflue degli altri dipendenti. Dissero che era stato licenziato perchè aveva iniziato il suo declino psicofisico, del tutto inspiegabile e misterioso. Una persona divenuta così fuori di testa non poteva ovviamente più reggere in amministrazione. Così da allora non vidi più Massimo; forse aveva cambiato casa o addirittura città o magari si era dovuto ricoverare chissà dove.
Erano le sette meno un quarto e mi inoltrai, con nessuna precisa cognizione, entrando nell'ampio giardino comunale di Piazza Garibaldi. C'era qualche ragazzino che giocava a nascondino tra i muretti del campo di bocce, alcune coppiette che si sbaciucchiavano sulle panchine di cemento senza la pretesa di andare oltre e gruppi di anziani, di cui alcuni con le biciclette e altri con i bastoni, che discutevano animatamente in dialetto sulle pensioni e sul malgoverno.
Camminai sospirando diverse volte, con il viso imbronciato, senza una meta apparente.
"Sticani è un imbecille, non c'è bisogno di granchè per riconoscerlo. Ora che lo sai, cerca di non dare troppa importanza a ciò che ti dirà."
Quelle furono le ultime buone parole che mi regalò, prima di andarsene. Aveva la lingua senza peli, il buon vecchio Massimo. Lo rimpiansi con sincerità mentre mi sedetti su una panchina ovviamente vuota. Scoprii di non aver voglia di vedere nessun altro tranne lui, in quel momento.
Intanto l'oscurità iniziò a distendersi dolcemente e già i primi lampioni si accesero flebili. Respirai con piacere l'odore fresco dei pini, tentando di rilassare i muscoli delle gambe. A circa cinquanta metri di distanza, laddove una grossa quercia vigilava impassibile come un corazziere della Repubblica sull'angolo precedente i puzzolenti bagni pubblici, scrutai il posto in cui di solito davo appuntamento agli amici della mia adolescenza.
Fu allora che mi sentii stranamente osservato, nonostante fossi solo in quella zona del parco.
Schiarii la voce, guardandomi furtivamente attorno, per non sembrare un perfetto paranoico. Nessuno in vista. Scossi con decisione la testa e dopo cinque minuti di quelle sensazioni, abbandonai guardingo il mio posto. Normalmente capivo subito se c'era qualcosa di strano nell'aria; in quella circostanza, la mia sensibilità rispose prontamente agli stimoli. I miei lenti passi produssero il classico rumore al contatto con la ghiaia del vialetto. Stavo ripetendo il percorso dell'andata, con l'intenzione di uscirmene dall'ingresso principale. Diventai molto ansioso per giunta e ciò non mi piacque affatto. Un incubo ad occhi aperti in pieno luogo pubblico? Alla larga, non era di certo roba per me.
Avevo sempre esibito l'autocontrollo, ma l'impressione di essere spiato da dietro qualche tronco d'albero si tramutò seriamente, durante il cammino, in qualcosa di definito, come un bruco in una farfalla. Non resistetti troppo alla tentazione e mi voltai di scatto, come un rimbambito che vuole spaventare per scherzo il figlioletto che lo segue. Il resto del vialetto risultò deserto, con le luci ormai in piena funzione all'imbrunire di quel martedì. Sbuffai, affrettando l'andatura e sbirciando con ingiustificata apprensione tra le aiuole laterali. Notai la completa assenza di gente da quelle parti, una situazione incredibile da prevedere. La languida artificialità dei lampioni presenziò la scena di cui ero l'unico protagonista. Udii un fruscio repentino, come proveniente da un cespuglio vicinissimo. Girai i tacchi una seconda volta. Assolutamente nessuno. "Dannazione..." biascicai tra le labbra rigide. Mi accinsi a riprendere la marcia ed un istante dopo sbattei la faccia contro il petto piuttosto duro e putrido di un corpo ignoto, materializzatosi dal nulla.
Indietreggiai d'istinto, con un livello record di adrenalina che mi formicolò nelle vene. Davanti alla mia espressione incredula sostò un individuo che faticai a classificare come uomo, almeno vivente. Il suo volto era profondamente incavato e ricoperto da una pellaccia esangue, ruvida come cartapesta; pochi e unti capelli spettinati ricoprivano a stento una fronte piuttosto alta e deformata. Era vestito come un impiegato di banca o delle assicurazioni, con giacca grigio topo, cravatta a righe che cingeva il colletto di una camicia chiara e pantaloni di raso perfettamente puliti.
Ma le unghie sporche di terra delle dita tradirono decisamente l'impressione destata dal suo abbigliamento.
Mi sorrise biecamente, osservandomi con pupille di vuota intensità e mostrando l'orribile mancanza degli incisivi.
"Bella serata, vero?" pronunciò dopo un silenzio inconcepibile, inframezzato dal mio affanno. La voce mi suonò troppo estranea; dentro di me ero già fuggito via da quel posto pauroso. Paradossalmente però cercai di rispondergli, ma dalle corde vocali non uscì nient'altro che un insulso lamento.
Lo zombie si sporse in avanti. "Ti sei ingoiato la lingua per caso?" chiese, un po' contrariato dal mio atteggiamento.
Le sue sopracciglia si arcuarono minacciose.
Fu il culmine per i miei nervi. Tentai di allontanarmi urlando ma, impacciato com'ero, inciampai piuttosto goffamente, attutendo la caduta con entrambi i palmi. Rialzandomi prontamente in piedi, provai una fitta bruciante alla mano destra. Nella penombra, stentai a distinguere tra la brecciolina cosa avesse potuto ferirmi. Gemetti.
"Ti sei fatto male, amico?" domandò quell'incubo a due gambe avvicinandosi a me, silenzioso come un gatto.
"N-non è niente..." balbettai, in evidente stato confusionale. Spirò una brezza fredda che mi raggelò il sudore sulle tempie.
Mister cadavere in giacca e cravatta avanzò ancora di qualche centimetro, simile al subdolo predatore di un coniglietto rimasto intrappolato.
Ridacchiò ironico e per poco non gli crollò la mandibola. "Oh certo, non è niente, in fondo... niente. Proprio così."
Desideravo supplicargli di lasciarmi in pace; avrei rischiato qualsiasi cosa pur di mettermi in salvo. Ma prima che potessi parlare, fui anticipato da quella assurda figura. "Dovresti essere più prudente, amico. Qui ci bazzicano molti drogati, lo sai?"
Non fiatai neppure. Qualcosa mi diceva che non era finita lì.
Dopo una pausa che parve eterna, riprese con una notevole solennità: "Credo che avrai tempo sufficiente per rifletterci, dopo questa sera. Ti sei ferito ad un ago di siringa infetta, bello mio. Una siringa usata, capisci? Aids. Non c'è più nulla da fare..."
"Nooo! Che stai dicendo? Cosa diavolo stai dicendo?" gridai rauco.
"La verità. Un'amara verità, almeno per il tuo punto di vista. Non puoi rimediare in alcun modo, ripeto... e morirai miseramente il 12 febbraio del 2006." terminò sorridendo con malvagità un'ultima volta.
Sollevai la mano, lottando contro l'inevitabile tremore, per osservare meglio la ferita alla luce che mi sovrastava.
Un forellino minuscolo, ma realmente esistente. Mi crollò un universo di materia addosso, senza la minuscola forza per reagire e dubitare alcunchè.
Mi inginocchiai all'improvviso, singhiozzando. "Come fai a dirlo, brutto pezzo di merda?" dissi con quel che restava del vitale furore.
"Non ha più importanza ormai." sentenziò lo zombie immobile. L'espressione dei suoi occhi mutò per un guizzante attimo. Riconobbi con un certo sollievo uno sguardo paterno e amorevole.
"Mi dispiace, ragazzo. Sono caduto anch'io." aggiunse con tono stavolta diverso, prima di scomparire da quella infame realtà in un battito di ciglia.
Era proprio la sua voce, calma e dolce. Massimo.
Rimasi lì con le gambe rannicchiate, per un tempo indefinito, nella solitudine più desolata; ripensai con disperata avidità alla dolcezza di mia moglie, all'allegria innocente della nostra bambina, alle fantastiche gite in barca, a Massimo, alle cotolette di pollo fritte e ad un mucchio di altre cose belle e piacevoli.

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