Asso di spade

di

Stefano Valbonesi

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La porta si spalanca. È una ferita aperta nel muro della baracca, che butta dentro il freddo della notte e un vecchio piumino rosso, gonfiato dal corpo di Mimmo. Il vento mi scombina le carte sul tavolo, alcune planano sul pavimento polveroso, l’asso di spade vola in un angolo buio.
Il gelo s’infila nei pantaloni e mi soffia nelle mutande. A volte lo odio, il ragazzo. Solo perché il suo corpo è blindato da un permafrost di grasso, non significa che io mi debba congelare le palle a beneficio dei posteri.
— Chiudi la porta, stronzo!
Mimmo esegue, rimane un paio di secondi a fissare il muro, poi dondola con i suoi anfibi modello Frankenstein verso di me e si siede sulla cassapanca, l’unico oggetto che qui dentro può sostenere il suo peso. Intercetto i suoi occhi acquosi, due mozzarelle rancide che cercano qualche elefante rosa nell’aria.
— Allora?
La risposta arriva dopo un tempo sufficiente a farmi venire le macchie ipostatiche al culo.
— Ho fatto tutto, zio! Antonio è arrivato con il camion al fosso. Come al solito abbiamo gettato i bidoni. Eh eh!
Comincia a ridere. Allarga la bocca e fa ballare quattro denti marci e una lingua gialla come il piscio. Dovrebbe far pagare il biglietto per questo spettacolo. Ma quando fa così significa che qualcosa è andato storto.
— Che cosa è successo?
— Un bidone si è aperto mentre rotolava giù. È uscito tutto il liquido, zio! È un succo marrone, sembra la cioccolata calda che mi faceva la mamma d’inverno, però fa anche luce. Ne è uscito tanto e ha coperto tutto il fondo del buco.
— I bidoni non sono così grandi, in uno di quelli non poteva esserci tanto liquido.
— Ti dico la verità! La cioccolata è colata fuori, e la terra intorno si è trasformata, è diventata come quel liquido, e ora brilla.
Se proprio non ho i soldi per andare a infilarmi tra le lenzuola con la signora Paola, la domenica pomeriggio mi diverto a portare Mimmo al bar del paese. Ci mettiamo nella sala biliardo e gli faccio bere una lattina calda di birra: dopo un po’ storce gli occhi, fa una riga di bava e spara cazzate di questo tipo. È buono per far ridere gli amici, ma ora non m’interessa ascoltare la merda che il suo cervello guasto gli caca in bocca.
— Non è un problema — taglio corto. — La terra assorbirà tutto, e poi copriremo la buca. Dimmi cosa hai fatto dopo.
— Antonio si è preoccupato, ha detto che quello è lo scarico di un’industria chimica, che può essere pericoloso. Si è girato per andare verso il camion. Io ho tirato fuori la spranga e l’ho colpito in testa con tutta la forza, come mi avevi detto. Lui ha sbattuto contro la portiera ed è caduto. Gli ho dato un altro paio di botte in faccia, poi ho continuato a picchiarlo sul petto e giù fino alle gambe. Sentivo i grilli che saltavano dentro il suo corpo.
— Non erano grilli, ma le ossa che si spezzavano.
— L’ho colpito per dieci minuti, fino a quando non si è mosso più — dice soddisfatto, e dopo l’ultima parola tira le labbra spaccate in un sorriso.
Be’, la terra avrà qualcos’altro da bere, oltre allo scarico dei bidoni.
— Bravo. E la valigia?
— Quale valigia?
— Quella che contiene i soldi, l’ultimo pagamento dell’industria. Sta sul camion.
Mio nipote si pietrifica. Sembra una palla di merda secca di centotrenta chili. Da un momento all’altro apparirà uno scarabeo gigante che lo farà rotolare via.
— Mi sono dimenticato.
Un fremito mi corre per le mani, mi assale la voglia di afferrargli la testa e spaccarla contro il muro, solo per vedere che cosa ha al posto del cervello: forse un budino pieno di croste, o un formaggio che puzza di marcio.
Per inghiottire la rabbia mi alzo e comincio a raccogliere le carte in giro per la stanza. L’asso di spade è dietro un paio di casse di legno mangiate dall’umidità. Si è ficcato come una lama in una crepa, in equilibrio sul bordo e con la figura rovesciata. Non è un buon segno. Se non fosse stato per mio nipote, magari la carta sarebbe uscita dritta nella disposizione sul tavolo.
Già.
E se non lo avessi sempre tra le palle, forse un sacco di altre cose mi andrebbero meglio nella vita.
Avrei preferito concludere la lettura dei miei tarocchi, invece ora mi tocca una passeggiata al freddo. L’idea di potermi scaldare lungo il tragitto mollando un paio di calci al ragazzo non mi conforta molto, ma forse è meglio che sia io a occuparmi dei soldi.
Sistemo il mazzo dentro il mio fazzoletto di seta e lo metto al sicuro in un cassetto del tavolo. Sospiro e guardo mio nipote, che attende gli ordini dondolandosi sulla cassapanca e con gli occhi semichiusi. In fondo tutte le istruzioni che gli ho ripetuto per settimane sono servite. Ha mandato Antonio al creatore, e solo lui ci poteva riuscire. Così quel bastardo impara a fregarmi sui dividendi della nostra attività.
— Va bene, Mimmo. Sei stato bravo. Adesso, però, usciamo insieme e andiamo a prendere i soldi.
Combatto ancora con la zip del mio giaccone, quando fuori della baracca scoppiano i versi rabbiosi di Zanna, il nostro dobermann. Sembra un cannone che vomita fuoco nel mezzo di una guerra. Mimmo s’irrigidisce sulla sedia, come se gli avessero infilato un palo su per il sedere.
L’asso di spade rovesciato, lo avevo detto che era un brutto segno. Apro il cassetto del tavolo, prendo la torcia e la pistola, controllo il caricatore. Tiro mio nipote per la giacca e usciamo nel gelo.
Il cielo è gonfio di nuvole, uno spicchio di luna emerge a stento dal buio, mentre il vento ci schiaffeggia il volto. Facciamo il giro della baracca e arriviamo alla cuccia. Il cane sembra posseduto da un’orda di diavoli. Ha le gengive scoperte, grosse come due muri, i denti appuntiti tagliano l’aria, i muscoli delle zampe sono tesi, tutto il suo corpo punta verso il fosso.
Mi volto nella stessa direzione, ma solo un’enorme distesa di terra e qualche pietra riempiono i miei occhi. In lontananza distinguo la luce dei fanali del camion. Mimmo comincia a urlare qualcosa su una luce scura. Osservo la scena e mi accorgo che l’autocarro è circondato da uno strano alone di luce, ma forse è solo un’impressione, colpa dell’oscurità.
Zanna strattona la catena con movimenti veloci e potenti, i suoi latrati mi rimbombano nella testa. Se continua così, tra poco lo vedrò correre verso il fosso, trascinandosi dietro la cuccia.
Per un istante penso che Antonio sia sopravvissuto; forse il cane è impazzito per l’odore del sangue, ma non mi sembra plausibile. E più probabile che qualcuno sia entrato nella proprietà, ma in questo caso c’è il rischio che possa aver assistito all’omicidio. Che sia un ficcanaso o Antonio, non importa. Sgancio la catena e il dobermann schizza come un proiettile nell’oscurità. Lo abbiamo cresciuto a combattimenti clandestini e selvaggina viva, quindi qualsiasi essere vivente nel raggio di un chilometro sarà presto digerito e trasformato in un bastoncino di merda.
Ci aspettiamo di sentire esplodere delle urla umane da un momento all’altro, invece è il guaito del cane a bucarci le orecchie, un verso di dolore acuminato come un ago, che scavalca il fischio del vento.
Silenzio.
Io e mio nipote ci guardiamo, e per la prima volta non so chi di noi due abbia lo sguardo più idiota. Tiro fuori la pistola e tolgo la sicura.
— Andiamo!
Per qualche metro Mimmo rimane muto, poi comincia a piangere e a urlare il nome di Zanna, si lancia in una corsa scoordinata, sembra un pupazzo rotto. Io cerco di mantenere la luce della torcia dritta davanti a noi, maledico il giorno in cui ho coinvolto mio nipote in quest’affare.
Arriviamo al camion, i fanali accesi illuminano il terrapieno che delimita il fossato distante pochi metri. Mi accorgo che la luce scura che avevo visto poco prima non è affatto un’illusione. Un vago bagliore sale dal fosso e si allarga nell’aria come una macchia d’inchiostro. Mi colpisce gli occhi con una strana pulsazione, che manda a intervalli regolari riflessi marrone, formando una specie di ombra, come un fantasma gigante sospeso sopra le nostre teste.
Sento la schiena gelare, ma non è colpa del vento. Stacco gli occhi da quella luce e giro intorno al veicolo alla ricerca di Zanna, ma senza nessun risultato. Dovrei controllare il fosso, ma ho il cuore che sbatte un po’ troppo contro le costole, così ci metto del tempo prima di riuscire a voltarmi. Mimmo è più veloce e arriva sul ciglio del fossato a piccoli passi.
Lo raggiungo e a fatica abbasso lo sguardo. Oltre l’orlo, sei metri sotto i nostri piedi un liquame marrone ha formato un piccolo stagno luminoso, dove galleggiano alcuni fusti. A parte i bidoni, la superficie del liquido è perfettamente piatta.
Dal fosso sale un rumore breve, un risucchio che cola nelle orecchie. Qualcosa vola nell’aria e sbatte sulla fiancata del camion, atterrando a pochi metri da noi.
È Zanna, con gli occhi scoppiati che pendono sul muso. Il corpo è sventrato, vuoto, solo il liquido marrone gli ha impregnato il pelo e le ossa che escono dalla carne.
Mimmo si butta sulla carcassa e scoppia in un pianto disperato. E quando piange, è come ascoltare la turbina di un aereo seduti sull’ala. Per un istante ho la tentazione di puntargli la pistola alla nuca e di farlo secco, ma un altro rumore attira la mia attenzione. Viene dal fosso.
La superficie dello stagno s’increspa, qualcosa si muove là sotto. Una macchia scura rompe lo specchio marrone del liquame. Sembra un braccio, poco dopo spunta anche una testa. Qualcosa comincia a risalire il fosso con movimenti lenti e impacciati.
Sento le gambe molli, ma in qualche modo mi allontano dal bordo e mi butto contro Mimmo.
— Coglione! — urlo afferrandolo per il piumino. — Non lo hai ammazzato. Antonio è ancora vivo!
La sua faccia è distorta dal pianto, le lacrime e il moccio gli riempiono la bocca, ma anche il mio viso non deve essere molto migliore. Mi viene un’idea.
— Mimmo, ascoltami! Antonio ha ucciso Zanna. Antonio non è morto e ci vuole uccidere. Il cane ci voleva difendere e lui lo ha ucciso. Guarda il fosso: Antonio sta venendo fuori! Ammazzalo, fallo per Zanna.
Mimmo continua a piangere, ma si alza in piedi e comincia a gridare “Ti ammazzo” verso la sagoma che ha appena raggiunto l’orlo del fosso. Ne approfitto e con uno scatto mi nascondo dietro il camion.
L’essere pende sul ciglio della buca. Non ha più i vestiti, probabilmente corrosi dal liquido. Poche strisce di pelle penzolano dal corpo e mostrano i fasci di muscoli intrecciati alle ossa, le mani simili a rami secchi, che terminano in lunghe dita che assomigliano a rasoi. La testa è un semplice cranio senza occhi, farcito di ammaccature e buchi che si aprono sull’osso frontale e ai lati.
Mimmo si scaglia contro di lui, i suoi centotrenta chili dovrebbero scaraventarli tutti e due nel fosso. Ma la creatura si sposta di lato ed evita la carica, e con gli artigli attraversa la carne del ragazzo da fianco a fianco.
Mio nipote continua a correre, ma è più goffo del solito, poi capisco il perché. Dopo pochi istanti le gambe e l’addome prendono una direzione diversa dal resto del corpo. La parte inferiore continua per qualche secondo la sua corsa, poi gli arti diventano molli e si piegano a terra. Il moncone inciampa sul terrapieno e cade giù nel fossato, lasciando una scia di sangue e carne.
La parte superiore invece resta sospesa a mezz’aria. La creatura ha allungato un braccio, gli artigli sono contratti in una morsa e penetrano nella testa di Mimmo, come se fosse fatta di burro. Il cranio dell’essere è imbrattato dal liquido scuro, ma distinguo la mandibola che scatta su e giù, scoprendo all’interno della bocca degli aculei che non dovrebbero esserci. Anche se non ha occhi, sembra che la creatura stia studiando con attenzione i resti del ragazzo. Un istante dopo comincia a scuotere il corpo mutilato, una massa gelatinosa cola fuori e si spiaccica a terra, come una pesca sciroppata che scivola da un barattolo rovesciato. L’essere lascia cadere l’involucro, si china per terra e affonda il muso nell’ammasso di carne. In poco tempo finisce il suo pasto, ma non è ancora sazio, perché afferra la testa di mio nipote, la spacca in due sopra una pietra e se la porta alla bocca.
Mi aggrappo al paraurti del camion, sventagliando sul mio giaccone una miscela di acido e avanzi della cena. Forse in mezzo al vomito c’è anche la mia anima, perché ora ho la mente vuota, non sento più il corpo e non so cosa fare.
Abbasso lo sguardo sulle mani e lentamente mi accorgo di tenere una pistola in mano. Stringo l’impugnatura e il ferro dell’arma riattiva qualche scarica elettrica nel mio cervello. Potevo sparare subito e far secco quel figlio di puttana, invece mi sono nascosto e ho mandato mio nipote al macello.
C’è qualcosa di terribilmente sbagliato in quello che sta succedendo, ma ora ho solo un pensiero: Antonio non vuole crepare, ma io ho la soluzione. Altro che quella mezza sega di Mimmo.
Prendo un bel respiro ed esco allo scoperto. Antonio si solleva dalle carcasse e rimane immobile, un intreccio di muscoli e ossa deformi che si alzano al cielo come una bestemmia. Non ha occhi, ma quando comincia ad avanzare verso di me, capisco quale sarà il mio destino se non agisco in fretta. Punto l’arma contro di lui e faccio fuoco.
Dopo una decina di colpi Antonio continua ad avanzare verso di me, come se nulla fosse. Non ho mancato il bersaglio, eppure i proiettili non gli hanno fatto niente. Sparo un paio di colpi al collo, un altro ancora gli scheggia lo zigomo, ma lui continua a camminare. Non so se ho ancora munizioni. Il braccio mi trema e forse sarebbe meglio che cominciassi a correre verso la baracca. Invece sparo, vedo frammenti di osso schizzare fuori dal suo occhio vuoto, stavolta gli ho bucato il cranio. Antonio s’immobilizza all’istante, la bocca è aperta, forse in un’espressione di sorpresa. Poi cade a terra, rigido come un pezzo di ferro.
Mi butto contro il camion, prendo delle profonde boccate d’aria, getto lo sguardo sulla creatura che un tempo era stata Antonio. Questa volta l’ho fatto fuori sul serio. Il cranio affondato nella terra e il profilo sconnesso danno l’idea di un cumulo di rifiuti.
— Fanculo! — urlo, e tiro fuori tutta l’aria che ho nei polmoni. Mi sento leggero, ho la sensazione che il cuore torni a battere dopo una lunga apnea.
Non so per quanto tempo rimango seduto a terra. Le nuvole cominciano a diradarsi e lo spicchio di luna rimane scoperto. La luce scura che continua a pulsare dal fosso non mi fa più paura.
Quel liquido ha trasformato Antonio in qualcosa di molto più cattivo e letale di un dobermann, non c’è dubbio. Non lo hanno fermato neppure le pallottole. Solo quando gli ho sparato in testa è crollato. Secco.
Guardo i resti di mio nipote, chili di roba spalmata per terra è tutto quello che rimane di lui. Ora non mi tormenterà più, ha tolto finalmente il disturbo. Comincio a ridere, come non mi capitava da anni. Per qualche istante mi domando se inconsciamente abbia voluto spingere mio nipote verso la morte, ma una risata più forte spazza via ogni pensiero.
Salgo nel cassone del camion e noto la presenza di due bidoni. Forse questo è un segno del destino. Stringo le cinghie e assicuro i fusti. Mi sento allegro, la luce notturna si riflette sul metallo dei contenitori e mi trasmette una strana sensazione di benessere. Asso di spade rovesciato un cazzo. Nell’abitacolo trovo la valigia con i soldi, ma da ora ho la possibilità di guadagnare molto di più, basta saper sfruttare la scoperta nel modo più giusto.
Devo solo coprire la buca e far sparire i corpi. Per i bidoni può andar bene la baracca per i primi tempi, poi mi conviene usare un posto più grande, forse l’ovile abbandonato sulla collina potrebbe fare al caso, chissà.

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